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Sul Cho Oyu pensando all’Everest, Max Caria: “Di giorno sogno ad occhi aperti, di notte ho gli incubi”

di Paolo Salvatore Orrù

“Di giorno sogno ad occhi aperti, di notte mi desto in preda agli incubi”. Massimiliano Caria, 42 anni, fotografo naturalista, sardo di Oristano, ex componidori della Sartiglia di Oristano, soprattutto alpinista per passione, sa che spesso tra fantasia e realtà non c’è una netta linea di demarcazione. Nei suoi sogni e nei suoi incubi si affacciano amiche e tiranne, le vette del Cho Oyu e dell’Everest, i suoi prossimi traguardi. La passione, com’è noto ai cultori dell’estremo, lascia solo lo spazio giusto alla paura, tuttavia, niente colpi di testa: l’alpinista cresciuto in riva al mare non lascerà nulla al caso (“ho un figlio di due anni”).
Un sardo con l’alpinismo nel cuore. “Ho cominciato a scalare, quasi per caso, nel 2009” dice Max grattandosi la fronte come per scavare fra le valanghe dei ricordi, “durante una vacanza ho conosciuto un alpinista, con lui affrontai il Monte Bianco”. L’inizio di una dipendenza da montagna. “Così, dopo aver scalato la vetta dell’Europa, ho aggiunto al mio curriculum le più famose cime italiane, tra cui il Cervino”. Agli alpinisti si propone sempre la stessa domanda, che cos’è che vi guida verso l’ignoto? “La voglia di avventura: ogni qualvolta siamo chiusi dentro una piccola tenda, sperando che la tempesta lì fuori non abbia la forza di strapparla, il vento urla, la nostra paura urla ma poi…ogni volta che sono, li, non importa che sia Monte Arci o una montagna di seimila o settemila metri, io rinasco, io vivo. Godo dell’alba e del tramonto, del freddo e del caldo, godo della fatica” scrive Max nel suo blog.
Una “scimmia” che lo sta conducendo sui tetti del mondo, fino alle sommità del Pamir, ma è l’Everest la vera meta. Il chiodo fisso. Per poter affrontare il tetto del mondo con qualche chance di successo, Max si arrampicherà con scopi “propedeutici” sul monte Cho Oyu, 8201 metri, la sesta montagna del mondo. “Il monte Cho Oyu – la Dea Turchese – si trova a ventisette chilometri a NW dell’Everest”. Alla “Dea” non piace essere violata: “Lei per vendicarsi mi riserverà fatica, sofferenza e solitudine” dice pensieroso lo scalatore. “Dammi, mio Dio, ciò che ti resta … voglio l’instabilità e l’inquietudine, voglio la tormenta e la mischia …” recita una strofa della preghiera dei paracadutisti. Ed questo che Max cerca ogni giorno allenandosi alle tecniche alpine, correndo “zavorrato” con la sua mountain bike (“lo sport che si avvicina di più all’alpinismo”) o sollevando pesi in palestra. La forza di volontà potrebbe però non bastare così i suoi allenamenti sono seguiti “dal laboratorio di Fisiologia degli Sport della facoltà di Medicina di Cagliari” spiega ancora l’atleta.
Sul Cho Oyu, il campo base è a 5.000 metri, Max si alimenterà con cibi molto calorici. “Con me, oltre ai soliti liofilizzati, porterò tanta cioccolata e tanto torrone” spiega. L’acqua non è un problema: “Basta sciogliere il ghiaccio con il fornelletto da campo”. A organizzare la logistica sino al campo base sarà un’agenzia specializzata lombarda. A quota 5000 incontrerò un climbing sherpa (guida locale), il mio compagno di scalata. A rendere il viaggio ancora più difficile, il clima. “Nessun problema nel campo base, il termometro comincerà a scendere verso i – 20 a 6000 metri, sugli 8000 ci sarà – 30 con picchi di – 40, ma la temperatura percepita, a causa del vento, sarà molto di più”. Una ragione di più per utilizzare un abbigliamento adatto. “Dai 6.000 metri in su utilizzerò il “tutone” piumato d’alta quota”, chiarisce l’alpinista. Le mani saranno protette da strati di guanti e da muffole, i piedi da calze in piuma e da scarponi a doppio strato. Paura? “Sono un fatalista, credo sia molto più pericoloso percorrere la 131 per venire a Cagliari”, dice sorridendo. Sul Cho Oyu salirà verso la fine di agosto 2014, sull’Everest di arrampicherà nell’ aprile del 2015.

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