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Produzione F35 a rischio, gli aeroporti militari di Ghedi, Amendola e Istrana potrebbero chiudere i battenti

di Paolo Salvatore Orrù

Gli aeroporti militari di Ghedi (Brescia), Amendola (Foggia) e Istrana (Treviso) potrebbero essere costretti a chiudere i battenti se dovessero essere tradotti in mozione i documenti che lo scorso febbraio sono stati portati all’attenzione dell’opinione pubblica dai deputati del M5S e del Partito Democratico. I primi stanno valutando l’idea di ridurre a quota zero il numero degli F-35 Lightning II (un cacciabombardiere di 5ª generazione monoposto) mentre i secondi sembrerebbero orientati a ridurli da 90 a 45 (ma sembra che l’iniziativa non sia piaciuta a Matteo Renzi). In tutte e due i casi, negli aeroporti di cui incipit si potrebbe assistere a una riduzione del personale civile e nello stesso tempo a una contrazione delle ore lavoro per chi è impegnato, direttamente o in imprese d’appalto, nella costruzione del velivolo.

“Prima di prendere decisioni definitive abbiamo voluto conoscere i particolari di questa vicenda”, spiega Massimo Artini il vicepresidente Commissione Difesa. I “particolari” che il deputato pentastellato è andato a spulciare con i suoi colleghi sono i contratti già firmati dal nostro Paese, i costi attuali ed eventuali dell’aereo, le necessità della Difesa. “Il direttore della direzione armamenti aeronautici, il generale Domenico Esposito, ci ha messo a disposizione tutte le carte che abbiamo chiesto e ora le stiamo valutando senza paraocchi e senza preconcetti” dice ancora l’esponente del Movimento. Il gruppo di Artini non è voluto entrare nei dettagli della “macchina in sé”, sta invece vagliando quale potrebbe essere l’impatto nell’occupazione delle loro eventuali scelte politiche.

La costruzione degli F35 in Italia “include grandi aziende, piccole e medie imprese nelle maggiori regioni italiane mentre il ritorno tecnologico industriale è essenzialmente legato alla FACO”, ha spiegato durante la discussione alla Camera sulla mozione “NO F35″ Domenico Rossi, generale di corpo d’armata, deputato di Scelta Civica. Ci sono ditte, in buona sostanza, che producendo macchine utensili per la produzione dovrebbe garantire a pieno regime “10 mila posti di lavoro, con 60 aziende nazionali, di cui 6 del gruppo Finmeccanica, e il resto grandi, piccole e medie imprese” ha sostenuto.

Allo stato dei fatti l’attuale ritorno occupazionale è di circa 1.060 posti di lavoro equamente ripartiti tra Nord, Centro e Italia meridionale. C’è un altro fatto degno di valutazione: la FACO dopo aver costruito i velivoli continuerà a lavorare per almeno altri 40 anni “mutando da una funzione di mero assemblaggio a centro di manutenzione, riparazione, revisione e aggiornamento delle flotte dell’area euro-mediterranea”. Se si dovesse abbandonare il progetto JSF, ha rimarcato l’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Leonardo Tricarico, “toglierebbe miliardi di lavoro ad almeno settanta aziende italiane”.

In particolare si potrebbe assistere a un tracollo d’occupazione in Finmeccanica e Fincantieri, in molte piccole e medie imprese sparse in varie parti d’Italia (regioni del Nord, Campania, Puglia, Lazio, Umbria e Sicilia e Sardegna). Tricarico nel corso della rubrica di Radio Radicale “Cittadini in divisa” ha valutato in più di 13 miliardi di dollari la ricaduta occupazionale per il nostro Paese, senza contare il salto di qualità tecnologica e quindi di competitività futura. Qual è la risposta dei partiti italiani al problema? M5s e Sel sono per l’azzeramento della commessa. Nel Partito Democratico e in Scelta Civica sono da sempre emerse posizioni differenti. Il Pdl sull’argomento ha sempre mostrato molta prudenza. Il taglio del programma F 35, il cui costo complessivo è di 12,7 miliardi di euro, potrebbe favorire l’acquisto degli Eurofighter che invece costano quasi dieci miliardi di più e “hanno capacità nettamente inferiori” spiega Tricarico.

Il senatore Gian Piero Scanu e il deputato Carlo Galli, ma il documento non è stato ancora valutato dagli organi di partito, sarebbero orientati a proporre il dimezzamento del budget italiano destinato programma F35 per favorire l’acquisto di Eurofighter, il velivolo europeo alla cui realizzazione partecipa Alenia e che recentemente ha registrato un investimento di 200 milioni per il cambio del radar. “Ci preoccupa la dipendenza dell’F35, quindi dell’Italia, dai database del Pentagono”. Una parte della linea di caccia bombardieri “può essere benissimo essere sostituita da una soluzione evoluta di Eurofighter, che cesserebbe di essere un intercettore di quarta generazione per diventare un caccia bombardiere di attacco al suolo di quarta generazione e mezzo”, commenta Galli. E’ la fotografia del Dassault Rafale, il caccia multiruolo francese che gli inglesi stanno già vendendo all’Arabia Saudita. Ma questa è già un’altra storia.

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