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Le battaglie della Lav, il responsabile della campagna anti pellicce: “Porremo fine a questo insulso massacro”

di Paolo Salvatore Orrù

Gli animali da pelliccia, dopo essere stati concentrati all’interno di una scatola, muoiono gasati con il monossido di carbonio. L’uccisione si consuma, senza la presenza di un veterinario, all’interno dello stesso allevamento che li ha visti cuccioli: nessun agente esterno, dunque, “è in grado di verificare se, come prevedono le norme, l’animale soffre il meno possibile”, spiega Simone Pavesi, responsabile della campagna anti pellicce della Lega antivivisezione (Lav). Neppure in Italia, che pure ha costruito una legislazione all’avanguardia, “esistono norme in grado di assicurare la loro effettiva buona morte”.
Costretti a soffrire anche gli animali catturati in natura. “Quel che fanno i cacciatori nei boschi, nelle foreste e nelle nevi perenni”, non può essere controllato e “non è raro che a essere colpite siano anche le specie protette” spiega l’antivivisezionista. Molte bestiole (spesso volpi, coyote, procioni e linci) muoiono dopo sofferenze indicibili. “Le vittime restano immobilizzate nelle trappole, agonizzanti, se va bene per ore, altrimenti la loro sofferenza si protrae per giorni, sin quando sopraggiunge, liberatoria, la morte” sostiene Pavesi. Usa, Canada e Russia, le nazioni più interessate a questo tipo di caccia, hanno firmato con l’Unione Europea un accordo per “le catture senza crudeltà”, ma se si esaminano i progetti delle loro trappole si scopre “che sempre di tagliole si tratta” spiega Pavesi.
Le battaglie della Lav hanno avuto molto spesso successo, l’Europa si è dotata di una normativa che vieta la caccia e l’importazione di pelli catturati con metodi cruenti. “Sciaguratamente”, queste norme contengono una deroga: le pellicce possono essere importate se gli animali sono catturati con metodi “non cruenti”. Fatta legge trovato l’inganno, si dice in Italia, e, infatti “i dispositivi usati per la cattura, in genere ganasce, producono gli stessi tormenti di un’usuale tagliola” sostiene il naturalista. La deroga è ovviamente avversata dalla Lav che si sta battendo sia a livello nazionale sia in ambiente Ue per il suo annullamento perché “siamo in grado di dimostrare che i metodi di cattura non sono assolutamente conformi agli accordi internazionali”, dice l’esponente della Lav. Se la battaglia avrà successo, sarà fermato l’ingresso di pellicce provenienti da nazioni, in particolare dagli Stati Uniti, che non rispettano i dettati europei.
Ad aver subito i contraccolpi più duri dalle battaglie della Lav sono state soprattutto le aziende di moda. Le filiere di approvvigionamento delle manifatture sono due: l’85%, settanta milioni di animali, proviene dalle aziende di allevamento, il restante, dieci milioni, dalla cattura in natura. Numeri già di per sé dolorosi, ma che lievitano a dismisura se nel conto si aggiungono le vite dei conigli, un massacro: “novecento milioni l’anno di uccisioni nel mondo, di cui 350 milioni in Europa” si legge in Lav.it. Ce n’è abbastanza per dire che i tempi sono maturi perché almeno i paesi europei, i più sensibili all’argomento, approvino leggi che vietino questo insulso macello. In Italia, la Lav, pur di raggiungere l’obiettivo, è riuscita nell’intento, mai riuscito a nessun premier italiano, di mettere insieme Partito Democratico, Forza Italia e Movimento 5 Stelle: “I tre i partiti molto presto chiederanno l’approvazione di una legge elaborata dalla Lav” sostiene Pavesi.
Quasi vinta, sempre grazie alla Lav, la battaglia contro il commercio di pellicce di cane e gatto: pelli che fino qualche anno fa entravano sistematicamente nel mercato europeo e nazionale. “Nel 2002, siamo stati i promotori di un’investigazione con test di DNA, per capire di che animale fosse un tipo di pelame commercializzato da molte case di moda italiane: scoprimmo che si trattava di pellicce di cane”, così con un’aggressiva campagna anti pellicce di cane “il nostro Paese è stato nel 2004, il primo in Europa a bandire formalmente questo infame commercio” commenta il naturalista.
Nel 2009 il divieto fu esteso all’intero Continente e in seguito alla Cina (dove cani e gatti sono un alimento molto comune). Dopo aver rallentato il lucro nascente dalla pelle degli animali, “ora stiamo dandoci da fare con la collaborazione del Ministero della Salute, per verificare che effettivamente nelle dogane siano bloccati i soliti tentativi di eludere la legge”. Molte le battaglie di civiltà vinte dagli antivivisezionisti, ma c’è ancora tanto da fare. “Ora desideriamo far approvare, con un’azione trasversale, una legge che fermi totalmente l’allevamento di animali da pelliccia”. Se ci riusciranno, sarà più facile far approvare un divieto comunitario “contro questa forma di approvvigionamento” e dare un “colpo di grazia a che lucra sul dolore degli animali” conclude Pavesi.

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