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La sigaretta elettronica fa bene al business: e alla salute? Attenti ai prodotti made in Cina

di Paolo Salvatore Orrù

Piatto ricco mi ci ficco: il business delle e-cigarette (sigarette elettroniche) va a gonfie vele. Tant’è che, per sfruttare la bolla, alcuni marchi stanno offrendo la possibilità di aprire in franchising negozi o store. E mentre si attende che la scienza ufficiale si pronunci sulle nuove volute di fumo, le svap sono già diventate un affare milionario che impegna decine di aziende, con migliaia di punti vendita e di addetti per la produzione e la commercializzazione. Gli svappatori, secondo alcune previsioni, passeranno dagli attuali 400 mila a 1 milione entro la fine 2013. I guadagni potrebbero lievitare dagli attuali 200 a oltre 500 milioni.

“Lo sviluppo esponenziale del mercato impone una seria riflessione sulla regolamentazione del settore” ha spiegato Filippo Riccio, ad di Smooke (200 punti vendita in Italia). “Leggi più chiare – ha spiegato – contribuirebbero ad agevolare il mercato del lavoro”. Smooke, nell’ultimo biennio ha assunto cinquantacinque persone a tempo indeterminato, l’indotto occupa più di mille persone. Altrettante potrebbero essere assunte se l’attuale vuoto legislativo dovesse essere colmato: “Altrimenti continueremo ad assistere all’arrivo di container dalla Cina con la contestuale apertura di esercizi non controllati”.

Il successo di Smooke può essere raccontato con tre numeri: “Abbiamo investito 70mila euro, le banche ce ne hanno dato 40mila, lo scorso anno abbiamo avuto un giro d’affari di oltre dieci milioni”, spiega l’ad. La Federtabacchi e le farmacie vorrebbero spartirsi la torta. “Le e-cigarette devono avere un mercato proprio. Ben venga, quindi, la regolamentazione del loro commercio”, conclude Riccio.

I soldi non sono tutto: prima c’è la salute. “Si può andare a lavorare con un’auto normale o con un Suv di grossa cilindrata: in tutti e due i casi si ottiene l’obiettivo di raggiungere il proprio ufficio. Chi opta per la prima soluzione, però, inquina meno di chi sceglie la seconda”. Per il Riccardo Polosa, professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università di Catania, lo stesso raffronto è possibile tra le sigarette elettroniche e le sigarette classiche. Come in Europa, anche in Italia, gli store che le commercializzano le svap stanno moltiplicandosi utilizzando una pubblicità salutistica che secondo Polosa non è ingannevole: “L’e-cigarette non nuoce alla salute, non determina gli effetti del fumo passivo, non produce odori ma solo vapore acqueo, non c’è combustione, non sono più necessari accendini e portacenere, non sporca e non inquina”.

Tutto vero, tutto falso o in medio stat virtus? Per Polosa il bilancino pende dalla parte dell’e-cigarette. “La nicotina allo stato puro è cancerogena? Non mi risulta: l’essenza non produce danni fisici né se assunta nel modi tradizionali né se assunta con le svap”. Del resto, dice, “stiamo disquisendo di chi è già dipende dalla nicotina”. Il giovanissimo che comincia a fumare non fa un’esperienza piacevole eppure insiste in un comportamento che lo porterà verso la dipendenza. Con il nuovo prodotto ci sarebbero anche per loro meno pericoli: “Le svap dispensano sino a 27 milligrammi di nicotina, nulla dal punto di vista farmacologico: con le cicche classiche le dosi possono essere invece molto più elevate, con l’aggravante delle pericolose sostanze tossiche (nitrosammine) prodotte dalla combustione”.

Se stanno così le cose, insiste, a “guadagnarci saranno i tabagisti che non riescono a scrollarsi di dosso la scimmia della dipendenza”. Il prodotto, inoltre, permetterebbe quella “gestualità” che molto spesso frena la volontà di smettere dei fumatori.
L’ateneo siciliano sembra aver sposato, insieme alla onlus “antinfumo” Liaf, una battaglia a favore di una particolare marca di e-cigarette. L’ Onlus, secondo Polosa, che ammette una sua collaborazione “dichiarata” con la Philip Morris (“per fare ricerca servono risorse”), è il certificato di garanzia del prodotto. Per questo ha lanciato strali contro l’emendamento (saltato) che avrebbe voluto equiparare, per recuperare accise e altri balzelli, lo svap ai sottoderivati del tabacco. Cauto sull’utilità del prodotto per smettere di fumare l’Istituto superiore di Sanità (Iss). Per la dottoressa Roberta Pacifici, direttrice dell’Osservatorio Fumo alcol e droga dell’Iss, è meglio mantenere un atteggiamento misurato verso “un prodotto di cui si sa ancora poco”.

Comunque, le e-cigarette sarebbero meno cancerogene delle sigarette normali, “anche se la sua completa non tossicità deve essere ancora documentata” afferma Pacifici. Che, tuttavia, si dice preoccupata perché “le e-cigarette potrebbe diventare un grimaldello che potrebbe permettere il superamento del valore educativo della legge Sirchia”, ovvero delle norme che vietano il fumo nei luoghi pubblici, norme che hanno ridotto del 7% il numero dei fumatori. In tema giovanissimi: il prodotto, “diventato fashion”, potrebbe indurre “l’abbassamento della guardia nei confronti del tabacco” .

L’avanzata delle svap non è del tutto travolgente, c’è da registrare, infatti, anche qualche passo indietro: un divieto d’accesso nei locali pubblici (compresi ospedali, uffici e scuole) intimato agli svappatori dal sindaco leghista, Gianni Rusconi, di Lomezzo (Lombardia) e la richiesta del pm torinese Raffaele Guariniello verso il Ministero della Salute, di considerare un’eventuale messa al bando del prodotto nei locali pubblici. L’inizio di una nuova crociata? Gli indizi ci sono tutti.

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