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La guerra di Luisa: “Non voglio elemosine ma cure adeguate e una casa per i miei bambini malati”

di Paolo Salvatore Orrù

“Non chiedo elemosine: per i miei figli reclamo il diritto a essere curati e un alloggio degno. Per me chiedo un lavoro qualunque, un’occupazione che mi permetta di dare ai ragazzi, se non una vita decorosa, almeno una vita”. E’ il lacerante grido di dolore di Maria Luisa Caddeo, un’invocazione ascoltata solo parzialmente dalle istituzioni pubbliche che avrebbero dovuto tenderle una mano: da anni questa giovane madre combatte contro la burocrazia per dare un futuro ai suoi “sfortunati” figli. Luisa, 42 anni, separata, vive ad Assemini (Sardegna) con i suoi eterni bambini, Roby (18 anni) e Sara (15), portatori di handicap fisici e mentali.

Lo fa senza sapere se il giorno dopo potrà continuare a vivere nella casa che una sua amica “molto caritatevole” le ha concesso di abitare e senza sapere, quel che per lei è più grave, che fine faranno i suoi ragazzi. Le solite schizofrenie burocratiche, insomma, stanno rendendo ancora più drammatica una situazione di per sé già tale e che, per di più, la donna deve affrontare senza il supporto dell’ex marito, un uomo che – molto probabilmente – non è riuscito a superare il trauma di questa doppia sfortunata paternità: “Lui li prende con sé due giorni alla settimana, ma i problemi restano”. I “bambini” ma il più grande è già maggiorenne, “sono affetti da una malattia rarissima alla quale nessuno ha ancora dato né un nome né una spiegazione: nelle cartelle cliniche si parla di oligofrenia, leucoencefalopatia e ipotomia”.

Vivere sotto lo stesso tetto con il marito era diventato un martirio così, consigliata dall’assistente sociale, “ho deciso di trasferirmi da Vallermosa, abbandonando la casa che mi era stata assegnata dall’istituto case popolari (IACP), ad Assemini, il mio paese d’origine, per avere vicina alla mia famiglia”. Con un risultato ancor più devastante: ha perso il diritto ad avere una dimora IACP: “L’abitazione di Vallermosa, dove pagavamo un affitto agevolato di 38 euro, è rimasta al padre nonostante i ragazzi vivano con me”. L’appartamento è al primo piano, i ragazzi durante la notte non dormono, così i vicini, dopo aver sopportato per qualche tempo si stanno lamentando perche non riescono a riposare. “La casa, nonostante sia calda e accogliente, non è idonea per chi sopporta un handicap fisico e mentale: non riesco, fisicamente e tecnicamente a spostarmi di casa”, dice. “L’ ascensore permette l’ accesso ad una carrozzina per volta, non posso lasciare uno di loro solo sul pianerottolo, o giù in cortile, in attesa che io torni con il fratello”.

Niente è facile. E l’aver lasciato la casa di Vallermosa ha creato problemi anche per la frequenza dell’istituto Aias di Domusnovas (offre assistenza medico-psico-sociale ad anziani e sofferenti mentali autosufficienti e no). E qui entra in ballo la burocrazia: Assemini dista cinque chilometri in più di quanto il pullman che raccoglie questi malati possa percorrere. Cinque chilometri, un’inezia, ma anche una diga insuperabile. Luisa ha, però, deciso di non abbandonare al loro destino questi figli. Risoluta ha deciso di combattere anche questa battaglia, soccorsa dell’amministrazione comunale di Assemini che le ha garantito il pagamento della benzina. Buone notizie anche da Dumusnovas: il centro Aias ha accolto i bambini. Anche se, spiega Cenza Deidda, la madrina di Roby, “Luisa deve fare 160 chilometri al giorno per portare e riprendere i figli”.

Finalmente un po’ di luce. La voce di Luisa è tranquilla, i suoi gesti equilibrati, ma per quanto tempo questa disoccupata 42enne riuscirà a mantenere saldamente in mano il futuro dei suoi i figli e il suo? Le istituzioni, seppure a turno, l’hanno aiutata, senza però riuscire a darle quelle certezze che chiede e che merita per il suo coraggio di madre. Ora lei è i suoi ragazzi sopravvivono con gli assegni di accompagnamento che l’Inps invia ogni mese: 900 euro da cui deve detrarre 300 per spese condominiali, e con il resto pensare a tutto. Per quando tempo ancora tutti gli enti che dovrebbero darle sollievo eviteranno di sedersi attorno a un unico tavolo per farle dono di una soluzione definitiva? Forse la volontà langue. Luisa vuole che la sua guerra sia conosciuta da tutti, così ha deciso di raccontare la sua odissea nel suo diario Facebook. Un’occasione in più per essere solidali con questa madre coraggio.

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