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Il sindacalista: “Cinesi schiavi a Prato? Tutti sanno ma la manodopera serve anche alle grandi griffe”

di Paolo Salvatore Orrù

Che cosa hanno fatto i sindacati, le associazioni degli industriali e di categoria, le forze dell’ordine, le istituzioni per prevenire un dramma come quello di Prato, dove in una fabbrica condotta da cinesi sette persone sono state cremate vive da un rogo scoppiato durante la notte? È il tragico quesito che si sono posti tutti dopo la strage al Macrolotto, la nuova zona industriale della cittadina toscana.
Per capire il fenomeno occorre partire dai numeri: i cinesi registrati all’anagrafe di Prato al 31 dicembre 2012, sono 15.029. I clandestini, se si tiene conto che nell’area industriale ci sono non meno di 4.000 stabilimenti controllati dagli orientali, dovrebbero essere non meno di 15.000. Un dato, quest’ultimo, già di per sé drammatico, che potrebbe però rivelarsi una stima per difetto. “Dati certi non ce ne sono, altrimenti che clandestini sarebbero?”, commenta Stefano Bellandi, segretario provinciale della Cisl di Prato. I calcoli del sindacalista sono “all’ingrosso”: si tratta di una proiezione empirica basata sul numero dei “soggetti senza passaporto” fermati durante i blitz delle forze dell’ordine.
La Cisl, Cgil e Uil di Prato si stanno occupando dell’onda gialla “da più di venti anni”, chiarisce Bellandi, ma di integrazione manco l’ombra: eppure la provincia, già negli anni novanta, aveva tentato di inserire nel tessuto sociale pratese i nuovi arrivati trasmettendo un telegiornale in hàny?piny (lingua cinese parlata). Zero risultati: i cinesi non si vogliono integrare. “Abbiamo tentato di organizzare nei loro stabilimenti assemblee sindacali, ma, pur accompagnati da un loro connazionale, ci hanno costretto a fuggire a gambe levate, solo qualche volta, per piccole cause, ci chiedono un supporto giuridico”.
Il Macrolotto è, in buona sostanza, una zona interdetta agli italiani. Ambiscono a restare nell’anonimato, nonostante l’evidente stato di schiavitù, soprattutto i clandestini, da qui l’impossibilità di garantire loro una qualsiasi tutela. “Dormono dentro loculi, cucinano in fabbrica, lavorano non meno di dodici ore al giorno, non escono mai”, rivela Bellandi. Il sindacalista spiega anche che la massiccia presenza di orientali non c’entra nulla con gli oltre diecimila disoccupati di Prato: “La mancanza di lavoro per gli italiani non è in strettamente legato con il lavoro nero dei cinesi: i pratesi producono i tessuti, loro i prodotti finiti”. I sindacati, ma anche le associazioni degli industriali e dei commercianti, ritengono che sarebbe “utile trovare una qualche forma d’integrazione fra chi si occupa della produzione tessile, gli italiani, e chi si preoccupa di realizzare il capo d’abbigliamento”, dice a Tiscali Franco Marinoni, il direttore regionale della Confcommercio Toscana.

Il distretto industriale opera per conto suo e ha sue regole. “Preferiscono vivere nell’anonimato – dice Bellandi – né ai datori di lavoro né ai clandestini interessa lavorare alla luce del sole: gli uni possono usufruire di manodopera a basso costo (perché così stracciano la concorrenza), gli altri accettano una schiavitù a termine pur di guadagnare quel gruzzolo che reinvestiranno nel loro Paese”. L’industria italiana, Confindustria, Confcommercio in particolare, hanno una norma in comune nel loro codice etico: non utilizzare prodotti da “schiavi”. “Sappiamo però”, dice Bellandi, “che importanti griffe commercializzano con i loro marchi capi di abbigliamento commissionati alle imprese orientali”. In genere si tratta di contratti d’appalto ceduti da imprenditori italiani a sub appaltanti.

Il Macrolotto è terra cinese. “Gli italiani hanno ceduto a prezzi molto convenienti i loro capannoni, altri stanno riscuotendo lauti affitti”, denuncia il dirigente della Cisl. E pecunia non olet, nemmeno dopo le stragi. Le forze dell’ordine e l’Inail stanno a guardare? “Poverini, quelli fanno il possibile” dice Bellandi: per un funzionario Inail in Toscana ci sono 90 mila lavoratori (“numeri tarati per la realtà di 30 anni fa”). Stesso problema per le forze dell’ordine (“goccioline nell’oceano”). La Camera di Commercio, l’Unione Industriale Pratese, la Rete Impresa Italia, Coldiretti e Legacoop, dopo aver manifestato “un sentito cordoglio per quanto avvenuto al Macrolotto”, hanno stigmatizzato quanto “sta emergendo dai report dei media”.

Perché “Solo una parte dell’imprenditoria – spiega Marinoni – utilizza manodopera illegale: il lavoro nero non riguarda la totalità delle imprese che formano il tessuto produttivo pratese”. Concludendo, i cinesi sono una risorsa da preservare. “Bisogna proteggere il distretto da questi sommari racconti, che non riescono a comunicare la complessità del problema”, ha concluso il direttore della Camera di Commercio di Prato. I nuovi schiavi sono cinesi, chi taglierà le loro catene? Il mercato, quando non serviranno più.

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