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Fanghi al cianuro e arsenico: dell’Eldorado sardo di Furtei ora restano solo i veleni

di Paolo Salvatore Orrù - Foto Roberto Zonca

Resta un grosso bacino di fanghi con cianuro, alcuni vuoti di cava colmi di acque meteoriche, diventate acide e multicolori per la presenza di svariati metalli e le strutture di un impianto di trattamento. E a contorno, “oltre al silenzio, i resti di precedenti attività estrattive per caolino, a rimarcare la vocazione mineraria dell’area già dagli anni ’50”, dice Aldo Pusceddu (geologo SGM, Sardinia gold mining dal 1996 al 2002). I più entusiasti annunciarono il nuovo Eldorado, mentre gli ecologisti sostennero che sarebbe stata solo un’altra ferita all’ambiente. Forse i giacimenti d’oro, argento e rame di Is Concas, Santu Miali e Sa Perrima, siti in agro di Furtei (Sardegna), sono stati tutte queste cose. Ora, però, i cancelli sono sprangati e i 39 dipendenti rimasti, dopo quasi 2 anni di cassa integrazione, sono in carico all’Igea, società in “house” della Regione.

La corsa all’oro cominciò nel 1988 con la costituzione di una joint venture tra la Progemisa (Prospezioni Geologiche Sarde) e l’AGIP, attraverso la sua consociata SIM (Società Italiana Miniere), con sede a Monte Agruxau (Iglesias). Solo nel 1997, però, la Sardinia Gold Mining (SGM) S.p.A., società nata da un accordo tra la Progemisa e le Australiane Mediterranean Gold Mines PTY Ltd (MGM) ed Euro Minino PTY Ltd (EM), produsse il primo lingotto d’oro. Il progetto per l’allargamento della coltivazione del giacimento fu definitivamente bocciato dalla Regione nel 2008. Oggi a ricordare la breve avventura restano la devastazione del territorio e un cocktail a base di sostanze letali. Ed è questa micidiale miscela a preoccupare gli ecologisti. Di per sé, comunque, nelle cave di Furtei (ma anche in quelle di Guasila, Serrenti e Segariu) non è stato fatto alcunché di diverso da quanto è stato fatto in tutti gli altri giacimenti auriferi sparsi nel mondo. I fanghi in un primo momento furono trattati per un parziale ricupero del cianuro e la frazione residua “abbancata” nella diga sterili.

Ed è proprio la diga una delle tante spade di Damocle che minacciano gli abitanti della zona. Il compito di evitare conseguenze sarebbe dovuto essere di competenza della SGM, ma poco sono serviti i protocolli d’intesa con la Regione firmati nell’accordo di concessione. In ambito minerario la Sardegna, in quanto autonoma, può legiferare seguendo i dettami di un Regio Decreto risalente al 1927. Ma mentre i sardi, sono riusciti a darsi – già dal 1989 – una buona legge sulle cave, “dove il concessionario è obbligato a una cauzione, parametrata al materiale cavato e venduto – spiega Pusceddu – non hanno saputo fare altrettanto con le miniere, spesso in mano a gruppi nazionali. Da qui la possibilità, utilizzata dalle compagnie concessionarie, di sfruttare questo vuoto legislativo. “Solo dal 2009 una delibera regionale – spiega il geologo – inserisce norme stringenti per i concessionari, sugli obblighi della riabilitazione ambientale attraverso una fidejussione, già operativa all’approvazione del progetto”.

La SGM mantenne l’impegno di tenere “pulita” l’area, la gestione canadese ha avviato e portato a termine i lavori di bonifica di Santu Miali Cima e Coronas Arrubias, ma resta ancora molto da fare a Santu Miali Est, Is Concas e sa Perrima. Non è questa, comunque, l’unica indesiderata eredità lasciata dalle concessionarie: lo scorso 18 ottobre, la Procura della Repubblica di Cagliari ha chiuso le indagini penali sullo stoccaggio di rifiuti minerari finiti sotto il manto della strada statale 131. Per il reato sono stati posti sotto inchiesta Garry Johnston, australiano, amministratore delegato SGM, Giorgio Carboni, dirigente dell’Anas, Aldo Serafini, rappresentante della Todini Costruzioni, e il sub appaltatore Antonio Marcis.

La decisione del tribunale sembrerebbe dare ragione a Marco Mostallino, il cronista di Epolis che primo denunciò la vicenda: “Ho constatato personalmente che dal manto stradale della 131 filtravano sostanze tossiche che, tra le altre cose, impediscono la presenza d’insetti e bloccano la crescita delle erbe spontanee”. Le ditte non si sentono responsabili dello sfacelo e puntano il dito su un nulla osta, andato perduto, rilasciato dagli uffici della Regione. “Le analisi dei materiali sono sparite”, rivela Mostallino. La politica, nel bene e nel male, ci ha messo del suo. “Nel 2008, in una drammatica assemblea che si tenne in loco e davanti ai minatori di Furtei, parlai d’irragionevole devastazione ambientale”, spiega l’ex assessore all’industria Concetta Rau. Le cave, in somma, non furono considerate “strategiche” per il futuro della Sardegna.

Così addio Klondike sardo: la miniera è ora in liquidazione. Il mercato dell’oro, ma anche degli altri metalli strategici presenti nell’area, potrebbe però determinare la rimessa in moto della produzione. “L’oro oggi vale circa 1750 dollari l’oncia, gli analisti finanziari sostengono che nei primi mesi del 2013 potrebbe arrivare ai 2000 dollari. La miniera possiede ancora notevoli riserve di minerale da coltivare quasi esclusivamente in sotterraneo; la sua riapertura, a ben precise condizioni, potrebbe quindi produrre utili”, spiega il geologo. “Ma la sua eventuale riapertura – prosegue il tecnico – deriva anche dalla cruda realtà che la Regione non dispone delle risorse economiche, conteggiate in alcune decine di milioni di euro, necessarie per la bonifica dell’area”.

Ecco quindi il suggerimento ai politici e una mano tesa agli ambientalisti: alla Regione per la stesura di un progetto di sfruttamento da proporre, unitamente alla concessione mineraria e all’utilizzo degli impianti esistenti, a grosse compagnie internazionali, ma con due precise condizioni. “La prima è che l’impresa aggiudicante deve vincolare una somma in banca come cauzione/fidejussione per risanare i lavori pregressi dei cantieri dove il minerale è esaurito”, mentre i nuovi lavori, esclusivamente in sotterraneo dato l’approfondirsi del giacimento e quindi dal punto di vista ambientale meno invasivi, vedrebbero la contestuale messa in sicurezza. All’esaurimento dei lavori, totale riqualificazione dell’area attraverso le risorse già accantonate”. La seconda condizione riguarda il personale. “I 39 dipendenti, ora in carico all’Igea, da riutilizzare, opportunamente riqualificati, per i lavori in sotterraneo”. Servono tecnici e minatori esperti? Abbiamo la Carbosulcis in sofferenza”, è la provocazione del geologo.

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