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La manata agli agnolotti di D’Alema è cosa santa e giusta



Ho visto il video dove l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema rovescia gli agnolotti serviti da un pagliaccio della tivù spazzatura (VIDEO). Tutti felici, tutti contenti: in Italia c’è se da sputtanare qualcuno – meglio se politico, giornalista o calciatore – tutti godono allo spasimo, al limite dell’infarto. Nella culla del diritto, la bilancia pende sempre contro tutti, se nella fogna mediatica è caduto qualcuno diverso da noi; allora tutto va bene, tutto è perfetto, salvo poi piangere quando sotto i riflettori sono costretti a stare proprio loro, i detrattori di professione così ben descritti dal comico-psicologo (prossimo premier?) Crozza. Lungi da me difendere l’ex leader Maximo del Partito Democratico dal punto di vista politico – chi mi conosce sa che lo considero (con Veltroni) il killer della sinistra italiana (da quando il Pds non mantenne la parola data dopo la caduta del muro di Berlino a Claudio Martelli per la creazione di un partito unico); tuttavia io oso chiedervi: chi di noi non avrebbe reagito come ha fatto D’Alema di fronte a uno sfottò inutile e di così pessimo gusto? Una cosa sono le scelte politiche e un’altra sono le prese in giro di bassissima Lega (maiuscolo voluto). E non mi si dica che un politico deve saper subire qualunque cosa, perché ritengo che il loro compito sia, o dovrebbe essere, ben più alto di una domanda, o di una pseudo intervista, fatta in strada porgendo un piatto di agnolotti. Qui siamo allo sputtanamento dell’informazione e della politica. Questo è un treno che porta dritto dritto a un peronismo in salsa italiana o a una purga fatta ingurgitare a manganellate. I populisti, i grillini, oggi ridono, godono, si masturbano, vedendo la presunta gaffe dell’ex Massimo. Ma sappiano: i qualunquisti non hanno regole e che quintalate di agnolotti amari stanno bollendo in pentola, anche per loro. “Venghino venghino signori, nel circo c’è posto per tutti”. Tranne che per gli animali.

Cota e Marino assolti, ma la macchina del fango li ha marchiati a vita



Il “governatore” del Piemonte Cota era stato accusato di aver acquistato mutande verdi con i soldi della Lega ma la magistratura ha detto che si è trattato di un errore materiale, uno di quelli che purtroppo capitano anche ai bravi padri o madri di famiglia. E io credo alla magistratura. Assolto anche Marino, i giudici hanno detto che si tratta di una brava persona. Credo che giustizia sia stata fatta. Ora però tutti i politici che hanno preso distanza dai loro colleghi, tutti i giornalisti che hanno scritto senza uno straccio di prove contro questi due, tutti i lettori e i cittadini che hanno giudicato “a prescindere” e hanno urlato “in galera, in galera” dovrebbero mettersi una mano nella coscienza e fare ammenda. E i grillini che hanno buttato guano contro il leghista e l’ex sindaco della Capitale dovrebbero chiedere scusa a questi due malcapitati. Senza contare che cosa dovrebbe fare il partito di Matteo Renzi, reo secondo me di non aver saputo difendere uno dei suoi uomini migliori almeno dal punto di vista morale. Nulla mi meraviglia più in questo Paese, tutto visto, tutto conosciuto: già altre volte ho visto gente che per accuse simili si è suicidata, uomini che hanno dovuto chinare la testa di fronte ai propri figli e ai loro elettori pur essendo innocenti; ho visto giudici “incorruttibili” diventati politici che hanno presentato il bilancio del loro partito, tenuto a volte dalle loro mogli, su un logoro pezzo di carta straccia. Altri fuggire per non essere condannati a priori di reati inesistenti, altri accettare la galera, altri rinunciare alla carriera, perché ormai quella che io chiamo l’egemonia gramsciana del fango aveva fatto il suo corso. Ancora oggi quando dico che sono socialista qualcuno osa dire che sono un ladro (de che poi). Evito però di sputare in faccia il mio interlocutore. Educazione? Paura di battermi? Macché, tollero bellamente chi parla per slogan. E gli tolgo la parola per sempre: uno così non vale il mio tempo. Che in economia ha comunque, anche se scarso, un valore.

Temo il Grullo feroce, ma ecco in cosa sono d’accordo con il Movimento

Questo referendum arriva nel momento sbagliato, sto parlando per me. Perché rischia di diventare un giudizio popolare pro o contro Renzi o, se volete, pro o contro Grillo. Tutto il futuro del Paese si gioca su una roulette che prevede solo 3 poste: il sì, il no e l’astensione. E ora, dopo aver ascoltato con attenzione quella anima candida di Massimo D’Alema in tivù, so ancora meno che cosa fare. Avrò tempo per riflettere sino al 4 dicembre. Del resto, benché il Movimento di Grillo non sia nelle mie corde, mi piacerebbe tornare, come propongono loro, a un sistema elettorale di tipo proporzionale, magari con lo sbarramento del 5%. Non mi piace nemmeno il modo con cui il governo Renzi vorrebbe eleggere il Senato. La soluzione prospettata in suo libro da Claudio Martelli, ma anche da tanti Costituzionalisti (e ora fatto suo anche da D’Alema), mi pare più consona all’obiettivo della riduzione dei parlamentari e alla conservazione di alcune parti della Costituzione. Cosa hanno detto Martelli e D’Alema? Dicono che sarebbe meglio ridurre il numero dei senatori da 315 a 200. E il numero dei deputati da 630 a 400. E che ciascuna Camera dovrebbe avere competenze specifiche. Per esempio, il Senato si potrebbe occupare in via esclusiva di Difesa e di politica Estera (dove il nostro Paese è sempre stato molto carente). Mentre il resto, cioè tutto quello che riguarda la politica interna, se ne dovrebbe occupare la Camera. Mi sembra una soluzione intelligente, equa; una soluzione che preserva il dettato dei nostri padri costituenti e che produce, ma è la cosa meno importante (almeno in questo caso) qualche risparmio. Ricordiamoci anche che negli Usa ci sono 500 parlamentari per 306 milioni di abitanti.

Io non dimentico

Ora qualcuno che ha mangiato e vissuto grazie al tuo lavoro si statista sputa sul passato. Eppure con te c’era meno corruzione e abbiamo vissuto tempi migliori. Eri un riformista quando per la sinistra italiana (compreso Riccardo Lombardi) questa parola era una bestemmia.

Giornalisti, Julian Assange non è un Grullo: ma questa volta ha fatto fuori dal vaso per amore di Grillo

Un mio amico giornalista, Sans Pi, ha scritto così: io condivido
Julian Assange ha cagato fuori.
Affermare che ogni giornalista è colpevole di almeno dieci morti dimostra che non è a conoscenza di molte realtà.
Sono convinto che non sappia quante intimidazioni ricevano ogni giorno i cronisti italiani.
Quanti atti intimidatori.
Confido nel fatto che non sappia quante siano le auto rigate o bruciate in Sardegna.
Quante denunce, o minacce di denuncia, palesi o celate, dietro ammiccanti sorrisi da parte, ad esempio, della ricca classe politica. Troppe infatti sono le denunce fatte al solo scopo di distruggere economicamente un giornalista “scomodo”.
Per tale ragione, pur avendo la verità in mano, si è costretti a non scrivere.
La legge non tutela. I tempi biblici della giustizia e le laute spese per difendersi in tribunale, pur avendo ragione, fanno desistere.
Questo fatto posiziona l’informazione italiana tra gli ultimi al mondo per quanto riguarda la libertà di stampa. Siamo addirittura dopo la Cina.
Fatti che penalizzano la qualità dell’informazione ma che nulla hanno che fare con i giornalisti.
E inoltre credo non sappia quanti siano i giornalisti italiani morti per mafia.
Quanti siano quelli morti ammazzati dalle dittature. Quelli che scrivevano per la libertà di tutti, non per la loro.
Detto questo, il caro Assange dovrebbe altresì sapere che proprio nel Belpaese, esiste l’ODG (Ordine dei giornalisti) atto a vigilare su deontologia, etica e onestà.
Per esservi ammesso, specialmente oggi, bisogna sputare sangue. Farne parte è un onore.
Poi, è vero. Esistono le mele marce.
Ci sono giornalisti che non hanno nulla che fare con l’etica.
Per motivi personali o politici non sono proprio degni di appartenere alla categoria.
Per non parlare di quei giornali “politicizzati” servi del potere.
È tutto vero.
Purtroppo a causa di questi ultimi la categoria perde di credibilità.
La stragrande maggioranza dei giornalisti però, che stiano in piccole redazioni o in colossi nazionali, compiono il proprio dovere riportando fatti.
Troppo spesso sotto pagati ma con la passione e l’intento di voler fare qualcosa di utile per la società informando e sensibilizzando l’opinione pubblica.

Ajò, Forza Paris con chi potrebbe vincere. Cazzubudru Arrodugo! Ajò Ajò

Niente Olimpiadi, tutti buoni ad latrare al passaggio del nuovo padrone quando la pancia è piena. Forse qualcuno conosce già la storiella dell’autobus: tutti spingono per entrare, poi una volta entrati protestano quando altri utenti chiedono di usufruire dello stesso diritto. Insomma, una volta essere stati ammessi nel mondo del lavoro, tutti gli altri possono stare fuori o emigrare. Ora che Grillo si è ri-auto eletto leader politico del M5s senza nemmeno fare un congresso web e facendo fuori il duo Mezze Seghe senza neanche interpellarli, il popolo qualunquista è tornato a farsi le seghe (mentali). Tremate tremate le pecore son tornate e seguiranno ancora una volta l’ultimo pastore. E mudu!

Olimpiadi, giovanotti il lavoro lo troverete in Francia o negli Usa. Grazie ai Grulli di Roma

E ora tutto il mondo ci sta ridendo dietro. Ed è evidente il perché: ci siamo arresi alle mafie. Non si faranno le Olimpiadi, perché le imprese e i proprietari delle terre in cui dovrebbero essere costruiti gli impianti appartengono a persone note alla magistratura. Ma questo Paese, dove moltissimi giovani hanno persino abbandonato l’idea di cercare occupazione, può permettersi di rifiutare 180mila posti di lavoro? Non sarebbe stato meglio che il Comune di Roma decidesse di prendere in mano, come del resto ha proposto Malagò, tutti gli appalti così da garantire il rispetto del diritto? Inoltre, perché, uso un titolo della Stampa, “La rinuncia del Campidoglio fa esultare le altre candidate”? Parigi spera, del resto per lei gli ultimi Europei di calcio sono stati un successo. I giornali di Los Angeles addirittura scrivono: “Da Oggi abbiamo una pericolosa rivale in meno”. Certo, dal punto di vista economico, solo Los Angeles 84 aveva marcato un attivo, ma le Olimpiadi avevano segnato, e se ne sentono ancora gli effetti, un grande rilancio turistico per Torino e Barcellona. Però in Italia c’è la mafia: dunque operai, ingegneri, avvocati, economisti, geometri, periti edili e quant’altro, vi consiglio di cercare lavoro negli Usa o in Francia. Che lì la delinquenza è stata debellata. Altrimenti, campa cavallo che l’erba cresce. Accontentiamoci degli Europei di Calcio del 2020, quelli il Movimento ce li ha concessi. Mi piacerebbe capire la logica di questa scelta. La cosa migliore secondo i canoni sgrullini, quelli con la pancia piena, sarebbe chiudere tutti cantieri italiani. Così il lavoro ve lo daranno le camorre unite italiane (CUI).

Il M5s ha deciso: niente Olimpiadi. Che sciocchezza!

Cara Virginia è da irresponsabili dire no alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. E’ vero che non avete mai cambiato cambiato idea, ma lo avete fatto ipotecando il futuro di Roma. Le Olimpiadi avrebbe dato altre opportunità di lavoro ai romani e agli italiani. I soldi che si spendono non sono solo dei romani. Ho visto le slide, davvero terribili, ma se siete così puri, perché non avete affrontato la sfida? Avete perso un’occasione enorme. Amen: è la democrazia. Preoccupato per il futuro del nostro Paese. Molto.

Aspettando Raggi di luce e i miracoli di San Grillo

Ogni tanto gli italiani si affidano a un salvatore della Patria. Ogni tanto in Italia, soprattutto, nei periodi di crisi, un nugolo di santi si abbatte sulla nostra Penisola. Il Vaticano alimenta volentieri questa esigenza di sovrannaturale: Roma è la Capitale di questi eventi. Eppure negli ultimi 20 anni, neppure la Chiesa è riuscita a esprimere amministratori comunali seri. Forse Marino non era male come persona, forse non sapeva parcheggiare la sua Panda, forse si era lasciato abbindolare da qualche mariolo, peró mi era sembrata una persona onesta. Ora tutti si attendono Raggi di luce. Santa Virginia, peró, non sembra tanto certa delle sue capacità taumaturgiche, tant’è che ha rinunciato, anche se ancora non lo ha espresso personalmente, alle eventuali Olimpiadi di Roma. E sapete perché? Il suo Movimento sostiene che fra i dirigenti e gli impiegati comunali, regionali e dello Stato, si nascondono cellule mafiose che potrebbero inquinare gli eventuali appalti. Detto con altre parole: meglio non fare, solo così saremo certi di non sbagliare. Facciamo ora uno sforzo di fantasia, immaginiamo uno studente che durante una interrogazione Dica al suo professore: non rispondo per non sbagliare. Secondo voi, quale sarebbe l’esito dell’esame? Se avete pensato bocciato, è la risposta giusta. E allora perché Santa Virginia de’ Roma dovrebbe essere promossa? San Grillo, San Grillo aiutaci tu? Voi sperateci: del resto, è il tempo delle Mezze Seghe e dei Pinochet venezuelani. Ai cileni sarebbe piaciuto, ai maestri delle elementari no. Incrociamo le dita: è tempo di sussidiario.

De Luca, Grillo e Pizzarotti: il M5s scoppia

Il terrore la pervase una volta giunta nel vecchio bagno, dove lo sgocciolio un rubinetto dettava il ritmo del tempo. Da quanto tempo quelle gocce tentavano di rovinare la maiolica del water? Ci sarebbe voluto un idraulico o uno specialista della polizia per saperlo, ma le strisce rosse lasciate dalla ruggine facevano pensare ad almeno un lustro di gocciole rugginose. Il tanfo era insopportabile, il corpo ormai mummificato di un uomo era lì accovacciato, nudo e con l’indice appoggiato al comando dello scroscio. Che cosa era successo? Virginia Raggi ripercorse con la mente tutti i gesti di chi dopo aver mondato il suo corpo stava per nascondere la prova dell’umano sforzo. Qualcosa però non tornava: la testa guardava verso la porta, il resto del corpo verso il muro. Cos’era successo? La raggi dovrebbe chiederlo ai suoi con-cittadini. Quelli che De Luca si è permesso di chiamare Mezze Seghe.Intanto Pizzarotti risulta indagato sul caso delle nomine al Teatro Regio. Il Grillo parlante che farà ora? La polizia indaga.

Caos Roma, non la penso come Franco Bechis: vi ricordate il caso Conticelli?

Sul cosiddetto “caos Roma” da giorni la stampa sta mettendo in croce la giunta presieduta dalla sindaca Virginia Raggi su una “bagattella eventuale” dell’assessora Muraro. “Noi stiamo montando questo can can – ha sostenuto il direttore di Libero Franco Bechis rivolgendosi ai giornalisti e ai lettori – intorno a una possibile violazione di legge di un assessore ipotizzata in seguito a un esposto di parte con pena una sanzione amministrativa fino a 26 mila euro”. Secondo me, il direttore non tiene conto di un fatto ineccepibile: chi ha scatenato la guerra, sin dalle origini, sulle “possibili violazioni di legge” sono stati Casaleggio e Grillo, che proprio alla luce delle regole da loro imposte unilateralmente hanno epurato dal Movimento di loro proprietà deputati, senatori, consiglieri regionali e amministratori pubblici. Fino a rasentare il ridicolo, come quando in Sardegna, a Porto Torres, è stata espulsa la capogruppo, Paola Conticelli, perché fidanzata con un giornalista nemico. Ora, cos’è più grave la “bagatella eventuale” della Muraro o l’amore “impossibile” della Conticelli? In definitiva, cosa sono più gravi, i rapporti che la Muraro ha intrattenuto con Manlio Cerroni, il proprietario della discarica di Malagrotta già coinvolto in varie indagini della Procura in tema di smaltimento dei rifiuti o l’amore di una donna per un uomo ritenuto sbagliato dal M5s? Per me, in casa grillina ci sono troppi calcoli che non tornano, troppe maggioranze che scricchiolano, troppi dettami 5Stelle non rispettati e troppi avvisi di garanzia. Torna in mente un tweet di Fede Pizzarotti (@FedePizzarotti): “In effetti stando seduti in riva al fiume passa un sacco di gente”.

Il 4 settembre ’16 è morto un parapendista, torna di moda la domanda più sciocca



Il 4 settembre ’16 è morto un parapendista: stava volando a Norma quando a causa di una spirale non controllata ha impattato con il terreno. Su questa disgrazia sono stati scritti alcuni articoli, pura e semplice cronaca. Non mi ha sorpreso il lavoro dei miei colleghi né la morte dell’uomo: mi hanno sorpreso alcuni commenti apparsi su Facebook. Che, in definitiva, contenevano, sia pure implicitamente, una domanda: chi glielo ha fatto fare? Perché non è rimasto in panciolle a godersi il sole? A queste persone voglio dire, con tantissima umiltà, che nulla è necessario.
Non è necessario nuotare (perché rischiare di annegare?), tuffare (perché rischiare di rompersi l’osso del collo?), camminare (perché rischiare di spaccarsi una caviglia?), amare (perché rischiare di avere un figlio?), arrampicare (perché rischiare di cadere?), veleggiare (perché rischiare di affondare?), fare impresa (perché rischiare di fallire?), sposarsi (perché rischiare di avere una o più mogli?), in definitiva, vivere (perché rischiare di morire?).  Volare è una scelta, una passione, una regola di vita. E’ essere vicini alla natura. E, per chi vuole, più vicini, al Creatore. “Quando camminerete sulla terra dopo aver volato, guarderete il cielo perché là siete stati e là vorrete tornare”: Leonardo da Vinci. Riposa in pace Gianluca Guelfi.

Forse un giorno sarà “Buona Scuola”, ma per ora è pessima

Forse un giorno sarà “Buona Scuola”. Ma per ora è ancora la scuola dei precari senza stipendio, di insegnanti costretti a mendicare un piatto di minestra nella mensa dei poveri, da sorbire in fretta e furia e “prima di andare in classe”, ha spiegato alla Stampa M.N, uno psicologo di 60 anni. L’insegnante è uno dei trentamila docenti che non vedono il becco di un quattrino dal scorso settembre. La dimostrazione più che eclatante che anche le buone leggi se sono varate in fretta e furia e senza la copertura di bilancio sufficiente possono fare acqua da tutte le parti. Gli insegnanti sono insomma ancora una volta costretti a fare salti mortali tripli, li salva dall’indigenza solo la rete tesa qualche volta da genitori anziani, parenti comprensivi, associazioni caritatevoli o, come è accaduto allo psicologo, dalla padrona di casa, perché “è un’ex insegnante: capisce cosa sta succedendo”.

Chi coltiverà il grano? Zen e Kafka

Una volta mio nonno disse: Paolo, quando tutti saranno impiegati chi coltiverà il grano? Seguendo un principio che Zen certo non è – anzi è kafkiano – a chi mi ripropone la domanda che mi fece quel dì il mio avo rispondo: qualcuno coltiverà il grano, ne sono certo; intanto, per quanto mi riguarda, preparo il mio prossimo errore. E lo faccio con molto impegno. Che sia un bene o un male non lo so: altrimenti vivrei di certezze che invece non ho!

Roberto Orlandini, il medico ladro di immagini

Roberto Orlandini, il medico ladro di immagini.
Sabato 9 gennaio alle 18:00, presso l’associazione Remo Branca di Iglesias (Sardegna), l’artista inaugura il 2016 con la personale “Scartamento ridotto”. La rassegna fotografica resterà aperta al pubblico fino al 18 gennaio.

L’ex capo di Stato Maggiore: “Dobbiamo dichiarare guerra al Califfato”

“Parigi brucia?” hanno titolato molti giornali europei dopo il drammatico assalto jihadista alla capitale francese, ricalcando il titolo del libro di Larry Collins e Dominique Lapierre ambientato prima della ritirata nazista dalla Francia. Il nemico di allora aveva, senza dubbio, una consistenza diversa e maggiore da quella messa in campo da Abu Bakr al-Baghdadi, il fondatore dello Stato Islamico. Ma il “Califfo” è un nemico altrettanto pericoloso. Soprattutto perché decine, forse centinaia di cellule, sono pronte a immolarsi nel nome di Allah senza che sia possibile prevedere né dove né quando. Il problema, dunque, non riguarda solo la Francia, ma tutto l’Occidente. Per questo il mondo politico è pronto a confrontarsi, con l’obiettivo di costruire una sacra alleanza capace di battere l’Isis. In questa coalizione ancora in fieri, quale dovrebbe essere il ruolo del nostro Paese? “Il compito dell’Italia è quello di agevolare, favorire e, se vogliamo, stimolare, una coesione politica in ambito europeo: se manca l’unità di intenti è inutile discutere di un qualunque intervento militare”, ha spiegato a Tiscali Notizie il generale dell’Aeronautica Militare Vincenzo Camporini – ex capo di Stato maggiore della Difesa, attualmente vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali.

Generale, in Europa le sante alleanze hanno sempre avuto poca fortuna, ma qualcosa bisognerà pur fare. Lei cosa consiglia?
“Per battere lo Stato Islamico occorre che si coalizzino tutte le forze armate occidentali”.

Chi dovrebbe far parte di questa coalizione?
“L’intesa dovrà coinvolgere in primis le potenze regionali che in un modo o nell’altro stanno fomentando lo scontro: non siamo di fronte a una guerra di religione tra Islam e Occidente, lo scontro è tutto interno al mondo islamico (fra sunniti e sciiti); il conflitto nasconde la volontà di dominio regionale di Iran, Arabia Saudita e Turchia”.

Qual dovrà essere il ruolo della politica?
“I governi devono stabilire quali dovranno essere i compiti all’interno delle alleanze e i ruoli che ciascuno stato dovrà ricoprire in quell’area: solo allora sarà possibile trasferire le forze armate occidentali nello scacchiere. In buona sostanza, il progetto militare deve essere coerente e adeguato alla situazione: sicuramente non bastano le missioni simboliche compiute in queste ore dagli F18 della Francia che, tra l’altro, stanno bombardando quelle aree da oltre un anno. Sicuramente, sarà necessario una integrazione molto forte delle forze sul terreno. Che, non necessariamente dovranno essere truppe occidentali, anzi sarebbe meglio che a occupare il territorio fossero i soldati locali adeguatamente addestrati, resi capaci di sviluppare appieno il dominio dell’aria che senza dubbio avrà questa coalizione: l’Isis non ha nessuna risorsa militare in questo senso”.

In sostanza, le truppe arabe dovranno essere capaci di tenere salde, ed eventualmente, occupare gli spazi a terra conquistati con i raid?
“Soltanto con truppe a terra si potranno utilizzare con consapevolezza le armi dei bombardieri: i piloti hanno bisogno di ufficiali, di sabotatori o di incursori che da terra sappiano su quale coordinata dovranno indirizzare i loro missili”.

Con quali armi dovrebbe scendere in campo la coalizione?
“Serviranno soprattutto armi convenzionali tali da poter sfruttare una potenza di fuoco adeguata: artiglieria, mezzi blindati, truppe di fanteria, il tutto collegato con lo strumento aereo, quello che si in gergo si chiama “forward air control” (FAC) ovvero un controllo aereo avanzato che in qualche modo possa indirizzare le incursioni aeree al fine di eliminare le minacce prima che possano finalizzarsi”.

Insomma, l’Occidente dovrebbe dichiarare guerra al Califfato?

“Certo, oltre agli europei, sul terreno dovrebbero scendere anche gli Stati Uniti e, che ci piaccia o meno, la Russia. Occorre, inoltre, mettere intorno a un tavolo gli Stati che sinora hanno avuto un atteggiamento ambiguo, quindi tutte le monarchie del Golfo a partire dall’Arabia Saudita, il Qatar, Paesi Arabi “.

Quale dovrebbe essere il ruolo dell’Italia?
“Il ruolo delle nostre forze armate – in particolare dei carabinieri addestratori e dell’aereonautica – potrà essere definito solo quando si saprà qual è la coalizione che si dovrà occupare della vicenda; a quel punto ognuno metterà il meglio che ha”.

E gli F35?
“Gli F35 devono ancora arrivare: costruire aerei da guerra non è una cosa semplice, non è come andare dal concessionario per comprare un’auto”.

Gialli, negri, bianchi, gay, lesbiche? Per me esistono solo gli UOMINI!

Un mio carissimo amico è gay. So anche che l’interessato, ma anche i miei amici sono preoccupati per il mio eventuale giudizio. E queste loro inquietudini, le dico con rammarico, mi offendono: ho sempre sostenuto, anche quando mi sarebbe stato utile affermare il contrario, di essere socialista, radicale e libertario. E per me, lo sappiano tutti i miei parenti, e anche chi mi reputa un amico, essere tale non è un solo una questione di forma, ma un modo di essere e di approcciarmi con il prossimo. Certo, qualche volta, da quel che mi sembra di aver capito, devo aver avuto l’aria del macho, ma questo non deve ingannare e non devono ingannare alcune mie infelici battute che, fatalmente, rappresentano la mie frequentazioni, ma anche l’educazione, diciamo così, maschilista che ho ricevuto. Per me, non esistono bianchi, neri, gialli, verdi australi, gay, lesbiche: per me esistono – lo ribadisco ancora una volta – solo gli “UOMINI”.x

Amarcord ( m’arcord – “io mi ricordo”)

La mia squadra, diciamo pure così, del cuore è la Juventus. L’amore per i colori bianconeri è legato ai miei ricordi d’infanzia, ma soprattutto a quel personaggio che rispondeva al nome di Enrique Omar Sivori, un calciatore che negli anni sessanta – con Pelè – contrassegnò un’epoca. Mi ricordo ancora il giorno in cui diventai “bianconero”: avevo 7 anni, mio padre nella sua 600 Fiat aveva poggiato nel sedile anteriore – era il 1961 – una copia del Corriere dello Sport, così lessi il mio primo articolo: Juve batte Venezia 1-0. Gol di Sivori. Che una giocata monstre fece secco la buonanima di Magnanini. Oggi – come tutti i sardi – sto attento anche ai risultati del Cagliari, ma allora nel mio cuore non c’era posto che per lei, la Vecchia Signora. Che Gigi Riva mi perdoni.

E’ possibile vivere in un mondo senza soldati?

“E’ possibile vivere in un mondo senza soldati, in un mondo fatto di pace e di giustizia sociale?”. Ogni volta che rifletto su quest’argomento mi do, esitante e confuso, la stessa risposta: “Impossibile!”. Perché, questa mia conclusione, gli uomini non sono tutti uguali: perché alcuni vogliono, desiderano e ottengono le cose cui anelano in modi diversi; perché gli uomini hanno religioni ed esigenze culturali distinte; perché alcuni esseri umani vivono nelle “caverne”, mentre altri sono immersi in un infinito “medioevo” della ragione; e altri ancora, si cullano fra le braccia di un “consumismo” che sperano eterno. Proprio i “consumisti” (cioè noi occidentali) sono i più propensi a spianare le armi contro chi tenta di modificare questi equilibri. Si osservi, comunque, che anche all’interno di ciascun sistema ogni tanto si sente la necessità di mettere mano alle armi: scuri, bastoni, fucili, mitra bombe atomiche, fionde, spade, pugnali, aerei, scudi, cavalli, carri armati, missili e quant’altro in grado di uccidere. I romani, secondo me molto saggiamente, sostenevano “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra). Così è anche se non vi pare.

La preghiera del guerriero: di Andrè Zirnheld 1942

Dammi mio Dio quello che Ti resta
Quello che nessuno chiede mai.

Io non Ti chiedo il riposo e la tranquillità,
né quella dell’anima ne quella del corpo.

Io non Ti chiedo la ricchezza,
ne il successo e nemmeno la salute,
tutto ciò, Mio Dio te lo chiedono gli altri
che Tu devi esserne ormai stanco.

Dammi Mio Dio,quello che Ti resta
Quello che nessuno chiede mai.

Io voglio il rischio e l’inquietudine,
il tormento e la battaglia,

e voglio che Tu me li dia definitivamente
perché io non avrò sempre tanto coraggio
per poterti chiedere ciò.

Dammi,Mio Dio quello che Ti resta
Quello che nessuno chiede mai.

Ma dammi anche il coraggio, la forza e la fede in Te.

Gli esami non finiscono mai. E allora ne do un altro

Eduardo

“Gli esami non finiscono mai” è una delle più belle commedie scritte da Eduardo De Filippo. Mai un titolo è mai stato più indovinato di questo. O, perlomeno, a me capita di constatare che è davvero così. Anche se il mio problema è, in verità, un altro: altri danno gli esami per me e, quel che è più grave, non li superano. E non ti puoi difendere. Non mi sento per questo meno bene, tuttavia mi piacerebbe capire che cosa alienano gli altri che io non riesco a rifilare. Vi leggo come va a finire la commedia, la sintesi è di Wikipedia: “Ormai vecchio, il protagonista si chiuderà sempre di più al mondo, fingendo di essere ammalato e di non poter più parlare. Arrivato il momento della morte, Guglielmo sarà ancora una volta ingannato dai suoi familiari: egli avrebbe voluto dei semplici funerali ed invece, abbigliato e truccato come un guitto di avanspettacolo, lascerà la commedia della vita salutando con gesti artefatti e leziosi gli spettatori”. Così è (se vi pare), scrisse Pirandello. Amen: do un altro esame, anche se l’esito non dipende da come risponderò, ma da che cosa converrà a chi darà l’esame al mio posto.

Cuccurada, una reggia di 4000 anni fa

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Un bronzetto, un bottone che ornava il mantello di un capo tribù, trovato in un vano del Nuraghe Cuccurada di Mogoro, comune della provincia di Oristano, ripropone una scena di caccia, un frammento di vita quotidiana di 3000 anni fa: un cacciatore che, con una lancia e con la collaborazione del suo cane, tenta di abbattere un cervide. Una scena che in quel tempo e in quella zona doveva essere molto comune.

Quel bronzetto è la fotografia, un flash arcaico, di un mondo ancora tutto da interpretare. Ed è proprio partendo da quel simbolo che Tiscali Notizie ha voluto ricomporre, con la collaborazione degli archeologi Giusy Ragucci, Riccardo Cicilloni ed Emina Usai, della soprintendenza di Cagliari – Oristano, la vita di quel ciclope che, dall’alto delle torri erette sul colle adiacente alla strada di Roja Lacus, ha controllato per millenni una vasta zona della pianura del Campidano.

Il nuraghe di Cuccurada – ha spiegato Cicilloni durante le riprese – è incentrato su un più antico nucleo a corridoio, intorno al quale fu eretto, in momenti diversi, un bastione composto da quattro torri perimetrali raccordati tra loro con cortine rettilinee, che delimitano un cortile centrale. Ragucci, durante le sue ricerche ha anche documentato la presenza, nella porta d’ingresso posta a sud est del nuraghe, di un deposito votivo di tarda epoca imperiale, quarto secolo dopo Cristo. Il deposito era caratterizzato dalla presenza di crani ovini, caprini e bovini.

L’archeologa Emina Usai, ha invece spiegato, qual è la collocazione e qual è l’importanza del sito. Sandrina Carta, archeologa della cooperativa “Memoria Storica”, ha invece illustrato quali potrebbero essere le ricadute economiche del sito.

Cuccurada, presto un video dedicato a Mogoro e ai sardi


Con la collaborazione tecnica di Simone Murtas, ho realizzato per Tiscali Notizie un servizio video – verrà pubblicato fra qualche giorno – imperniato su un bronzetto trovato dall’archeologa Giuseppina Ragucci nella sala D del nuraghe Cuccurada di Mogoro (Or). Ho approfittato del piccolo oggetto, un bottone di bronzo che molto probabilmente ornava il mantello di un capo tribù nuragico, per proporre una scena di caccia, un momento che oggi può essere fermato con il clic di una macchina fotografica o di un cellulare. Il “flash nuragico” ha fissato gesti e aspetti di un mondo che neppure il più perspicace degli archeologi è in grado di raccontare in toto. Partendo da quel bottone, con il fondamentale contributo degli archeologi Giusy Ragucci, Riccardo Cicilloni ed Emina Usai, abbiamo anche provato a ricomporre la storia di Cuccurada. A presto.

Che fine hanno fatto i saggi di Napolitano? Poveri saggi


Che fine hanno fatto i saggi nominati da Giorgio Napolitano? Non se n’è più saputo nulla: svaniti, fantasmi nell’etere. Saranno svampiti, svaporati tra le nuvole o in qualche salone del Quirinale? Hanno ancora in mano quel dossier che avrebbe dovuto, al quel tempo non c’era ancora la bacchetta magica di Matteo, salvare l’Italia dal fallimento? Che fine hanno fatto quelle proposte? Non è dato saperlo, anche se qualche sospetto c’è, visti gli ampi cessi del Quirinale. Concludendo, con quella sua sfigata telefonata, Onida ci aveva azzeccato: i saggi – più o meno disse – sono solo un modo per prendere tempo in attesa che la situazione si sblocchi, per dare l’idea di non stare con le mani in mano. Poveri saggi, anche loro vittime di una rottamazione totale e senza distinzioni. Eppure, un tempo, i vecchi erano risorse, leggende, punti di riferimento, capi tribù, oggi sono stati condannati al dimenticatoio (un capo di concentramento delle menti) dalla furia iconoclasta di Renzi, il rottamante. I più giovani stanno già aspettando, le lancette dell’orologio stanno girando per tutti, anche per il premier.

Isis in Libia, Italia al fronte?

L’Italia potrebbe essere costretta a difendere i suoi confini, ma deve difendere solo questo? Risponde Marco Di Liddo, responsabile del Desk Africa ed ex-URSS presso il Centro Studi Internazionali.
“Oltre alla sicurezza, dobbiamo difendere anche gli interessi economici legati all’energia: si pensi ai pozzi petroliferi gestiti dall’Eni, in particolare al Pozzo Elefant, uno dei più grandi gestiti dalla nostra società di idrocarburi, la cui perdita potrebbe creare un danno incalcolabile per la sicurezza energetica di tutto il Paese, oltre che per gli interessi della società che li coltiva”.

Sindaci, auguri! Con la nuova spending review ne avete bisogno

Tra “Spending review” e sforbiciate varie, negli ultimi 5 anni le Regioni e gli enti locali hanno subito una riduzione dei trasferimenti dallo Stato di 25 mld di euro. Lo ricorda – in una nota – la Cgia di Mestre. “Una cifra imponente – rileva il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – che Governatori e Sindaci hanno controbilanciato aumentando le tasse locali e tagliando i servizi”. “Grazie a questi tagli, lo Stato centrale – dice – si è dimostrato sobrio e virtuoso”. …. Poveri primi cittadini, prevedo dimostrazioni in tutte le parti d’Italia. Anche in quelle ricche. Ma forse è la cosa migliore: per non tartassare i cittadini i sindaci saranno obbligati a tagliare il superfluo, sul clientelismo e sugli appalti, spesso, concordati.

Leghista insulta Mogherini e Ue. Qualche ragione ce l’ha

Questa volta sono d’accordo, ma solo in parte, con un uomo della Lega Nord. Che ha detto: “Merkel e Hollande sono andati da Putin per risolvere la crisi in Ucraina. La Mogherini non ci è andata perché non conta un ca…, non conta nulla. L’Europa non conta nulla, svegliatevi. Qui sembra di stare alla pensione Mariuccia dove gli anziani giocano tutto il giorno a carte in attesa che si faccia sera per cenare”, ha detto l’europarlamentare della Lega Nord, Gianluca Buonanno, all’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini durante una seduta dell’Aula dell’Europarlamento a Strasburgo. Quindi ha fatto suonare una tromba da stadio. … Parole sante (peccato per la “trombata”: cose da italiani, diranno ora in Europa). In politica estera mi manca Gianni De Michelis.

Video Schulz-Renzi: premier imperdonabile, ma anche i “kartoffeln” tedeschi mica scherzano

Video importato

Tiscali Video https://www.youtube.com/watch?v=5LGLXMhYUGo

Ho visto il video – circola nel web da qualche settimana – di Matteo Renzi che gioca con il cellulare e sbadiglia quando Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo, sta parlando alla stampa: ho riso anch’io di cuore, anche se mi sono “girate le balle”. Però però però: perché quel presentatore tanto spiritoso non dice che i tedeschi sono un popolo di noti ubriaconi (di birra scadente: vuoi mettere con il nostro vino?) e, in passato, di sterminatori e ancora oggi mangiatori indefessi di “kartoffeln” (patate). Lo sapete che i tedeschi, come gli inglesi del resto, molto spesso nei loro bagni non hanno un bidè? E che spesso puzzano? Occhio per occhio dente per dente, dunque, anche se il presidente del Consiglio è imperdonabile. E io scherzo, ovvio: come il giornalista tedesco.

Il quesito del giorno: siamo liberi?

A volte mi chiedo se la stampa in Italia è libera. Mi sono posto questo quesito stamattina, mi sono dato una risposta subito: se un pezzo non lo pubblica un quotidiano lo può pubblicare un altro. La libertà di stampa, dunque, esiste, ma è limitata solo ad alcuni giornali. Per quanto mi riguarda, ambisco a vivere libero: per ora è un progetto monco legato allo stipendio, il vero scalpo. Ma quando arriva “L’Adunata dei Refrattari”?

L’altra Europa con Tsipras? Macché, l’Europa è della Merkel


Mi dispiace per Tsipras, ma soprattutto per il popolo greco: la Bce gli ha subito messo la museruola. Per non essere di parte trascrivo pedissequamente una nota dell’Ansa: “La Banca centrale europea (Bce) con la sua decisione ha messo al muro il governo Tsipras nel mezzo della sua offensiva anti-austerity, togliendo alle banche elleniche l’accesso alle normali aste di liquidità e giudicando il programma di salvataggio greco a rischio”. E ancora: “Il consiglio direttivo – si legge in una nota pubblicata sul sito della Bce – ha deciso di rimuovere la deroga sugli strumenti di debito quotati emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica”. Draghi non perde tempo e la stretta partirà quasi immediatamente: le nuove regole saranno applicate tra una settimana, dall’11 febbraio. Se questo non è un ricatto. Cosa farà adesso la Grecia? Per l’Europa la scelta peggiore sarebbe se decidesse di uscire dall’euro, perché trascinerebbe giù le Borse e i bilanci dei singoli Stati del Vecchio Continente: il 60% del debito greco è in mano ai governi europei e una fetta consistente alla Bce. Tsipras incontrerà la Merkel. Che gli dirà che i debiti devono essere saldati. Però senza strangolare un popolo, dico io. Non ci resta che attendere.

Sergio Mattarella è l’ultimo erede del pensiero reazionario di Enrico Berlinguer. Ma “tutto scorre” (Eraclito docet)

Spero che Mattarella sia quel che dice di essere: il garante della nostra Costituzione. Non sono un fattucchiere, per questo non oso avventurami in vaticini o profezie. Ma con quel poco di cultura che ho acquisito a spizzichi e morsi nel corso degli anni, posso tentare di ricostruire quel che è accaduto con l’elezione di Mattarella al Colle.

Con l’ingresso del notabile siciliano al Quirinale, i comunisti hanno onorato il testamento politico di Enrico Berlinguer, che all’alternativa di sinistra, proposta dai social democratici alla fine del secolo scorso, preferì contrapporre il progetto di alternativa democratica: se si fosse concretizzata la prima ipotesi, i tempi sarebbero stati maturi dopo la caduta del muro di Berlino (che sanciva il fallimento del comunismo reale), a governare sarebbero stati i partiti socialisti – compresi i comunisti “riformati” – uniti in progetto comune; i “rivoluzionari”, invece, pur di arginare l’avanzata dei “riformisti”, preferirono prospettare un’alleanza programmatica con la vecchia Democrazia Cristiana.

Con Mattarella al Quirinale, gli ex comunisti hanno realizzato il loro sogno. E ora ne sono talmente felici da non rendersi conto di quel che è successo. E cioé che i comunisti, ormai mancati riformisti, nel Partito Democratico non contano nemmeno un po’ (per questo comprendo la gioia dei “margheritoni” ma non quella di Pier Luigi Bersani).

Ma Mattarella cosa c’entra? C’entra: lui è la sintesi del pensiero, reazionario, di Enrico Berlinguer. Mi resta una consolazione: aveva ragione Claudio Martelli, secondo il quale, i comunisti, pur di non fare un’alleanza con i socialdemocratici, sarebbero morti democristiani. E’ andata proprio così. E Renzi se la gode: e ne ha ben donde. Per ora, nel mio piccolissimo, mi accontento di pensare che “tutto scorre” (Eraclito docet).

Mattarella, dicono sia una brava persona. A me non piace

Napolitano saluta Mattarella

Sono nato libero, e non per fortuna, ma perché c’è stato qualcuno che ha lottato contro il fascismo e il nazismo. E anche contro il comunismo. E siccome sono un uomo libero, dico che Renzi ha il merito di essere riuscito a rottamare una fiumana di gente un po’ troppo rodata. Secondo me, per continuare nella sua opera di pulizia, avrebbe dovuto mettere in un angolo remoto della vita politica italiana anche Sergio Mattarella.

Non ha avuto il coraggio di farlo (avrebbe spaccato in due il suo partito): ora scongiuro che gli italiani possano sopravvivere alle democristianate di questi due; ho fantasticato che al Colle potesse ricomparire un socialdemocratico, un Sandro Pertini di “nuova concezione”: purtroppo, gli interessi in palio non hanno permesso a Renzi di ragionare in termini diversi e di puntare su un cinquantenne di qualità.

Così chi la pensa come me ha dovuto accontentarsi di un vecchio arnese della politica, il solito prezzemolino della, vituperata (ma non da me), prima Repubblica. Per lo scranno più alto del Colle, avevo sognato un giovanotto alla Tsipras, ma solo perché è un giovane, non mi sono innamorato di lui, anzi. Mi sembra, infatti, un parolaio alla Vendola: ed è veramente inscusabile la sua alleanza con la destra, comunque liberale e non fascista, anti euro greca. Mattarella, però, va in chiesa, quindi il popolo lasci fare all’Altissimo.

Renzi e Mattarella, il rottamatore e suo nonno

La dimostrazione che la Balena Bianca è ancora viva – nonostante gli Achab della magistratura italiana – lo dimostra il ritorno nelle ribalte della politica di Sergio Mattarella, il candidato principe del Partito Democratico alla presidenza della Repubblica. Matteo Renzi, proponendo il suo nome, ha ucciso il “Nazareno”, ha detto Berlusconi. Come al solito, sovrabbondante ed eccessivo l’ex Cav: accusare il Rottamatore di “deicidio” è davvero troppo. Anche per chi sta raschiando il fondo del barile delle seconde linee dell’antica DC per trovare un uomo capace di gestire con una qualche capacità il Quirinale. Davvero, insistere a tutti costi con il nome di Sergio Mattarella al Colle è la dimostrazione che la classe politica che si è insediata al potere dopo la fine della prima Repubblica non vale una cicca (non voglio essere ineducato). Per l’ex rottamante, è questa la più grande sconfitta. Lo sa. E magari cambia idea.

Italicum? I candidati non saranno tutti uguali

Si sa, i cittadini non sono tutti uguali (sic), ma ora, se sarà approvato l’Italicum, non lo saranno nemmeno i candidati: se passa la riforma elettorale concordata tra Renzi e Berlusconi (ma l’ex premier non è un condannato?) alcuni dei tanti aspiranti ad un seggio in Parlamento saranno sicuramente eletti; gli altri, invece, dovranno “scannarsi” fra loro. Altro che “La fattoria degli animali”: nemmeno Orwell era riuscito a prevedere questa immane oscenità. Ormai siamo alla piena oligarchia: la democrazia sta per esalare l’ultimo respiro. E sta per arrivare il partito dei “nazionalisti”. Ora mi tocco gli zebedei.

Charlie Hebdo? Due foto del numero di oggi. L’imam di Londra: “Chi offende Maometto deve morire”

Pubblico due foto di Charlie Hebdo, non perché le condivido, ma per essere solidale con chi ha saputo tornare a lavoro dopo il tragico attacco di qualche giorno fa. E perché sono nato libero e libero vorrei morire. Non è possibile che il mondo occidentale si faccia intimidire da gente come l’imam di Londra Anjem Choudary che, nel corso di una puntata di Piazza pulita, ha detto due o tre cose infami, eccole:

“Su quello che è successo a Parigi il Corano è molto chiaro: chiunque insulti il profeta deve morire. Io credo che andrebbe processato secondo la Sharia e, se condannato, giustiziato secondo la Sharia. Perché non imparate la lezione e basta? Questo è quello che dice l’Islam”.

L’obiettivo è Roma. “Quello che sappiamo dalle profezie del Messaggero – spiega l’imam – è che il giudizio non arriverà finché un gruppo della nostra comunità non conquisterà Roma. Non dovete avere paura”. Per Choudary, gli attacchi non cesseranno “fino a che voi non aprirete gli occhi e vi renderete conto delle vostre azioni la situazione non cambierà”.

L’imam ha anche ribadito che per lui la libertà d’espressione non esiste: “È Allah che ci indica cosa possiamo dire e non dire. Io sto parlando perché Allah mi ha creato e mi ha dato il permesso di dare il punto di vista islamico al mondo e voi non potete usare eufemismi come libertà d’espressione e di parola per coprire azioni di provocazioni come quelle che stava facendo quel giornale da anni”.

Sono un laico, quindi pubblico.

Giorgio Napolitano, spero che il Paese non lo debba rimpiangere

Giorgio Napolitano, non è mai appartenuto, neanche in piccola parte, al mio ideale politico. Ciò nonostante, chi critica le scelte politiche dell’ex migliorista del PCI non è conscio di quanto sta accadendo nel mondo, dove Napolitano ha rappresentato l’unico politico italiano credibile. Gli Usa, solo per fare un esempio di non poco conto, visti gli equilibri mondiali, si fidavano solo di lui e del suo raziocinio politico. Mica dei nostri governi. Bisognerebbe ringraziarlo, dunque, sia per aver accettato di fare il presidente della Repubblica in tempi già grami, sia per aver disputato gli inutili – la legge elettorale non è stata ancora approvata – tempi supplementari. Napolitano è stato un buon arbitro, anche quando ha chiamato – cosa avrebbe potuto fare altrimenti? – al capezzale della nazione Monti e Renzi. Il nostro Paese sta ancora vacillando sull’orlo di un baratro immane: solo la parola di Re Giorgio, mica quella di Monti, Renzi o, ancora peggio, di Berlusconi, è riuscita a contrastare, almeno sinora, il tragico fallimento del Paese. Ora, come del resto aveva promesso, lascia il suo scranno. Spero di non doverlo rimpiangere.

“Charlie”? “Meglio le democrazie imperfette alle dittature perfette”

Stamattina, durante il battage radio, web e tivù, mi sono chiesto: io sono “Charlie”? La risposta, in effetti, non è fluita spontanea: non tutti i capi di stato che hanno partecipato alla marcia di Parigi sono compatibili con le mie idee politiche. Nondimeno, sono di sicuro “Charlie”, se “Charlie” rappresenta la libertà di stampa. L’assassinio dei redattori del settimanale satirico, al di là del pessimo gusto di alcune vignette, ha consolidato una mia convinzione: nonostante i molteplici difetti, preferisco le democrazie imperfette alle dittature perfette.

Charlie Hebdo, il pericolo di una guerra Santa

L’uccisione di Stephane Charbonnier, Charb, e dei vignettisti Wolinski, Cabut e Verlhac non gioverà alla causa dell’Islam moderato. I due fratelli franco-algerini di 32 e 34 anni Chérif Kouachi e Saïd Kouachi, presunti autori della strage avvenuta nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, hanno fatto fare molti passi indietro alle politiche di integrazione volute dai progressisti europei. Se in Francia, ma la regola varrebbe anche per Germania e Italia, le elezioni fossero indette oggi, a vincere sarebbero i partiti di estrema destra. Per intenderci, in Francia avrebbe la meglio il Front National di Marine Le Pen; in Germania, trionferebbero i partiti neo nazisti: il Nationaldemokratische Partei Deutschlands (“Partito Nazionaldemocratico di Germania”), la Deutsche Volksunion (DVU) e la Die Republikaner; in Italia, invece, lo scettro del comando verrebbe assegnato a Matteo Salvini, il segretario della Lega. E sarebbe davvero una iattura, perché, se questi partiti alle parole dovessero far seguire i fatti, sarebbe inevitabile la dichiarazione di una guerra contro i musulmani. E farne le spese sarebbero tutti i cittadini del mondo. Davvero questa è la soluzione giusta? Comunque, sarebbe necessario porsi anche un’altra domanda: che cosa bisogna fare perché questa spirale di violenza abbia fine? Un quesito che mi sgomenta, perché non ho nessuna risposta da dare. Aiutatemi voi.

Israele sbaglia, ma Hamas lo sta aiutando a fare il suo gioco

L’arroganza di Hamas, ovvero della cellula ”paramilitare e terrorista”, secondo la definizione data l’Unione europea, sarà il grimaldello che permetterà a Israele, dopo un macello immane, di annettere anche la Striscia di Gaza. Hamas, non bisogna scordarlo, è, ed è stato, il braccio operativo dei Fratelli Musulmani. Hamas ritiene illegittima la presenza degli ebrei in Palestina; nel corso dell’Intifada 2000 – 2005, ha attuato tutta una serie di attentati suicidi contro l’esercito israeliano e contro la popolazione civile, provocando centinaia di vittime civili e militari. Lo Statuto di Hamas chiede l’eliminazione di Israele per sostituirlo con uno Stato islamico palestinese. Ripeto, Islamico; con tutto quel che ne potrebbe conseguire per l’Europa. Gli ebrei che vivono in Israele sono più di 7 milioni. Che cosa dovrebbero fare, rifare le valigie e ritornare a Auschwitz? Lo stesso discorso vale per i Palestinesi: perché l’Assemblea generale delle Nazioni Unite non ha ancora applicato la Risoluzione 181 (del 29 novembre 1947), con cui si approvava il piano di partizione della Palestina? Dove si prevedeva la costituzione di due stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo. Qui sta il l’inghippo, quali sono gli interessi in gioco? L’altra parte del ragionamento deve rispondere alla domanda, perché in Cisgiordania la situazione, benché anche lì pessima, non ci sono gli stessi problemi? La risposta, ovvio molto stringata (ma serve solo per dare un input), è semplice: in Cisgiordania ”governa” l’Autorità Nazionale Palestinese. Per capire cosa accade in quell’area è opportuno valutare oggettivamente il problema, altrimenti è solo fanatismo di parte e pregiudizio!

La “zecca” di Arbus, ovvero come far cassa mungendo il turista

Questa volta a scrivere non sono io, ecco cos’ha detto il mio amico parapendista Paolo Manca, di origine sarda ma da sempre residente a Bergamo, su quello che accade nelle coste poste sotto l’egida di Arbus. Parole sante!

Fosse novità! Posso raccontarvene tante: tutte le estati metto in preventivo nel Baget almeno 10 multe per divieto di sosta. Due in particolare mi hanno fatto diventare matto.

La prima: dalle parti di Barisardo c’è una spiaggia con parcheggio in pineta che dista dalla strada asfaltata circa 2 Km; per arrivarci devi percorrere una ampia strada bianca in mezzo ai campi con molto ben visibili cartelli di divieto di sosta e vigili di vedetta come lupi! L’unico parcheggio quindi e dunque quello in pineta: prezzo fisso 5 euro indipendentemente dal tempo di permanenza (almeno l’anno scorso era così); il bello è che il ticket non è per la sosta, ma il biglietto per l’ingresso al museo di un paesello vicino (neanche Barisardo).

La seconda: provate poi ad andare a Torre dei Corsari, una spiaggia immensa e un parcheggio che sembra la caccatina di un piccione: l’anello superiore contiene circa 100 macchine, quello inferiore circa 20. Quello sulla spiaggia l’anno scorso costava 10 euro per mezza giornata. Chiaramente anche lì, divieto assoluto e vigili di vedetta, ma la cosa vergognosa è che l’anno scorso ho infrattato la mia moto in un canneto sito a circa 2 metri dal bordo della strada! Secondo voi, in mezzo ad un canneto ci passano persone e macchine? Bene multato per divieto di sosta pericolosa in quanto, a dire del vigile, la mia moto avrebbe potuto intralciare in modo pericoloso il traffico. Mi è venuta tanta voglia di prenderla a schiaffoni, la vigilessa. Insomma, la verità è che in periodo di vacanza bisogna far cassa mungendo il turista.

Arbus vara la tassa mare, a quando quella per le zecche? Ma Sant’Antonio resti “free”

Cinque euro per i non residenti, la metà per gli arburesi, perché “stanno già pagando Imu e Tarsu”. Bene, la decisione del sindaco di Arbus Franco Atzori non fa una grinza, almeno per quanto gli riguarda. Per quanto mi concerne, invece, non mi risulta che gli altri cittadini provenienti, faccio per dire, da Guspini o Villacidro non paghino le stesse tasse. E gli sconti a Torre dei Corsari, dove molti compaesani del primo cittadino hanno la seconda abitazione? Non sarà perché Atzori desidera fare l’occhiolino a chi potenzialmente potrebbe essere un suo elettore? Cattiverie? Forse. Ora, però, bisogna capire come difenderci dal caro mare. E si badi bene, non sto rosicando per i fatidici 5 euro, sto solo dicendo che quando parcheggio la mia auto a due passi dalla battigia (che scempio il parcheggio di Scivu!) pago senza avere a disposizione alcun servizio: nello scontrino che consegnano alcuni ragazzi in nome e per conto del Comune, c’è scritto, infatti, che l’organizzazione non risponde di eventuali furti. E non c’è una doccia pubblica nemmeno a pagarla a peso d’oro. Comunque, Atzori mi ha suggerito un’idea che giro agli altri comuni del Medio Campidano, la riassumo con qualche esempio: porrei una sbarra di tipo doganale prima di raggiungere la reggia nuragica di Barumini, le amministrazioni di Villacidro e Gonnosfanadiga potrebbero incrementare i loro introiti posizionando un bigliettaio prima dell’ingresso alle montagne del massiccio del Linas, altrettanto dovrebbero fare Tuili, Setzu a Gesturi per l’ingresso alla Giara. Guspini, dal suo canto, potrebbe decidere di far pagare il pedaggio quando gli arburesi si accingono ad attraversare il paese con la processione che da Arbus giunge a Sant’Antonio di Santadi (il santo non paga). E via discorrendo. Certo, il sindaco di Arbus, poi, potrebbe vendicarsi facendo pagare la tassa sulla zecca.

Oggi, 28 maggio 2014, ho compiuto 60 anni!

Oggi, 28 maggio 2014, ho compiuto 60 anni! Quando di anni ne compii 18 non pensavo che ci sarei arrivato.

Eccoli qui, invece: qualche ruga, qualche ferita rimarginata, un po’ di mal di schiena, senza la zazzera, ma tutto sommato sempre con la testa fra nuvole e con tanta voglia di mare e di amare.

Vorrei rimandare ancora per un po’ il mio accesso alla terra di mezzo: vediamo se ci riesco!

Lettera a un amico: la pace a volte si costruisce con le armi

Credimi Cassiano, ai derelitti la religione non basta, non può bastare: sono per la pace, ma molte volte la pace deve essere protetta, sciaguratamente, con le armi. Credi che le armi siano state superflue quando è stato necessario battere il nazismo e fascismo? Sei un Testimone di Geova, sai quindi che in tutti i campi di concentramento tedeschi (ma anche sovietici) c’era spazio anche per voi. E ci sarebbe ancora se migliaia di uomini non fossero morti. Non mi piace la violenza, ma, molte volte per difendersi non basta porgere la guancia, perché qualcuno ne potrebbe approfittare per dare una sonora randellata nell’altra. Mi dispiace per chi deve frugare nei cassonetti, questo sì, per questo ho attivato due adozioni a distanza, per questo ho creduto, e qualche volta ci credo ancora, in una socialdemocrazia compiuta, per questo non guardo sottecchi gli stranieri. Certo, qualche volta sono troppo egoista, sono troppo debole, non partecipo più a nessuna associazione (se non quelle sportive), sono stato deluso dalla politica e la religione per me non è nemmeno Utopia, solo superstizione. Per me niente Eden, quindi? La cosa mi dispiacerebbe: io sono solo areligioso (non credo nelle religioni)

I cretini (l’agente e Grillo) e il “Riformismo Rivoluzionario” di Riccardo Lombardi

L’agente che sale sulla pancia della ragazza, Grillo che insulta gli ebrei: tutti cretini, fino a prova contraria, però. Tuttavia, se si va oltre, se si va dentro la notizia, senza pregiudizi e senza forzature, quel cretino che in Italia sta riecheggiando più del “sì” di Dante Alighieri – “Le genti del bel paese là dove ‘l sì suona” (XXXIII canto dell’Inferno della sua Commedia) – è la sintesi del Paese che c’è, del Paese che abbiamo costruito e avvallato nel segreto dell’urna.
Qualche giorno fa, nel corso di un bel convegno organizzato dal Circolo Rosselli di Cagliari per commemorare il grande socialista Riccardo Lombardi, ho chiesto a Carlo Patrignani, autore del libro “Lombardi e il fenicottero”: ritiene che in Italia ci sia ancora qualche politico in grado di ragionare in termini di Utopia, come Lombardi? In questo contesto, non m’interessa la struttura bensì la sintesi del pensiero di Patrignani, e il suo è stato un “no” disarmante.
Nondimeno, io l’utopia la perseguo ancora: credo sia ancora possibile realizzare quel “Riformismo Rivoluzionario” che il politico socialista aveva teorizzato, ponendolo in alternativa a quella “rivoluzione” di stampo stalinista che ha avvelenato le acque del PCI sino ai tempi di Berlinguer. E che, peraltro, ho sentito riecheggiare durante una riunione, solo quattro anni fa, di giovani vendoliani.
L’obiettivo principe di Lombardi era solo uno: il benessere di tutti i lavoratori. Se si sceglie di stare da quella parte, si sceglie di stare vicino agli operai, agli impiegati, ai piccoli e medi imprenditori, ma anche a fianco delle grandi imprese, se, oltre al lecito guadagno, hanno a cuore le sorti degli uomini e dell’ambiente che li circonda. Un’utopia? Certo, ma se si smette di sognare è persino inutile vivere.
“Meglio ricchi e sani che poveri e malati”, raccontava fra il serio e il faceto mio padre. Sorrideva, sapeva che il danaro non è tutto, ma anche che aiuta a vivere meglio. E vivere per me vuol dire leggere, conoscere, osservare, imparare. Poi, non fiori, ma opere di bene. Amen.

L’intervista-video del compagno Ignazio Dessì — clicca qui

Il mio dilemma, potete aiutarmi a risolverlo?

A volte non mi sento bene: credo di essere circondato da persone ottuse o, peggio, penso di essere come l’Idiota di Fëdor Michajlovic Dostoevskij, anzi mi sento anche più suonato di Myskin (pover’anima). Questione di frequentazioni o questione di età? Un bel dilemma, che cosa devo fare per non cadere in depressione? Si accettano consigli.

Indipendentisti veneti, volevano “invadere” (o arare?) Venezia con un trattore-armato, salami e gas corporei

Trattore armato, deltaplani a pallettoni, parapendio a “balla sola” e guerra biologica con scoreggie alla poenta e osei. A chi della Liga Veneta anelava invadere Venezia (o arare Piazza San Marco?) consiglio di armare le fanterie con daga, forcone (al posto della lancia) e formazione a testuggine (specie protetta: non se magna), le artiglierie con catapulta e gli incursori con frecce e cerbottane. La guerra biologica, per non subire sanzioni internazionali, può essere portata, dopo una bella scorpacciata di granturco made in veneto, con gas asfissianti corporei. L’indipendentismo polentone sa di polenta e osei versione salata: allodole, tordi, passeri o quaglie cucinati allo spiedo sul fuoco del camino o in padella con pancetta e salvia e serviti con il loro intingolo su uno strato di polenta calda. Il tutto innaffiato con Amarone della Valpolicella classico. Agli indipendentisti sardi consiglio invece di utilizzare la fionda nelle due versioni frondua e tirallasticu, gustare un po’ di carciofi di Villasor con capretto (per la guerra biologica) e di innaffiare la loro voglia d’indipendenza con Cannonau e Vernaccia. E magari un po’ di Semidano di Mogoro (Or).

Sto dalla parte di Gino Strada, ma Mario Mauro ha ragione (purtroppo)


Ho seguito, nel corso della trasmissione di La7 “Servizio Pubblico”, lo scontro verbale tra il fondatore di Emergency Gino Strada e Mario Mauro, ex ministro della Difesa del Governo Letta. Sono un libertario, quindi dal punto di vista morale sto dalla parte di Strada; però, purtroppo, ha ragione Mario Mauro: non si può fare a meno degli eserciti (l’ha detto con altre parole anche Obama a Renzi). Lo scrittore latino Vegezio scrisse: si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). In sostanza, se non vuoi subire, devi sempre essere in grado di parare i colpi. Così è e così sarà ancora per molti secoli. Tutti pensavamo che la prossima guerra in Europa sarebbe stata una guerra nucleare, invece la vicenda Ucraina dimostra che i conflitti saranno ancora una volta una croce per fanterie e reparti speciali.

Oggi ho avuto un contatto Facebook con Francesco Vignarca, autore del libro “F35, l’aereo più pazzo del mondo”, lui difende a oltranza Gino Strada. Ecco il contenuto: “Ciao Francesco, come sai seguo sempre con molta attenzione le note di Archivio Disarmo, le apprezzo, anche se non sempre sono d’accordo con voi. Tuttavia, anche io ambisco alla pace. Il disarmo sarebbe la cosa migliore, se tutti accettassero di buttare, si fa per dire, le armi a mare. Ma così non è, e così non sarà per chissà quanto tempo ancora. Semmai, mi preoccupano le dichiarazioni di Obama rese in Italia. In sostanza ha detto: noi stiamo riducendo l’armamento del 20%. Se volete controllare i territori, il mare, il cielo dell’Europa e del Mediterraneo armatevi voi. Si dovrebbe dire no? Lo dica tutta l’Europa, con la speranza che tutti gli altri stati che ci girano attorno facciano lo stesso. Altrimenti sarebbe dura, durissima per il nostro paese.

Intervisterò l’amico Vignarca il 31 marzo.

Caso marò, siamo allo scaricabarile e alle denunce

Ieri ho intervistato l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi, gli ho fatto domande sulla vicenda marò. Terzi mi è sembrato un uomo onesto: ha risposto a tutto, non mi è sembrato né reticente né un bugiardo, per questo non me la sento di dare né giudizi umani né giudizi politici. Dopo il colloquio, la vicenda dei due fucilieri di mare “sequestrati” dall’India non mi è sembrata poi tanto complessa. Complessa lo è diventata per tutta una serie di errori commessi da chissà chi. Colpa del Ministero della Difesa, colpa del ministero degli Esteri? La palla rimbalza qua e là: l’ex ministro del governo Monti giura che di errori il suo ministero non ne ha commesso, Staffan De Mistura – sta seguendo in India la vicenda dei due soldati – sostiene il contrario. Molto probabilmente la diatriba fra i due finirà in tribunale. Nel frattempo, i lagunari continuano a rimanere in Asia.

Nel collegamento ipertestuale intervista Giulio Terzi — Intervista.

“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile …”

So che la maggior parte degli italiani non è d’accordo con me tuttavia lo dico ugualmente: io starei molto attento, visti i fronti che si stanno aprendo nel mondo, a rinunciare totalmente agli F35. Nel film “per un pugno di dollari” c’è la sintesi del mio pensiero: “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Noi in questo momento, se non ci costruiamo uno scudo efficiente, siamo l’uomo con la pistola. Detto in altri termini: tutti i paesi occidentali per difendere i loro interessi energetici (petrolio, gas, altro) nel mondo stanno armandosi con F35 ed Eurofighter. Tornado, AV-8B Harrier e Amxo oggi li possono abbattere tutti i paesi dell’area russa: perché sono protetti o hanno o avranno a disposizione il Sukhoi PAK FA, noto anche come T-50, un prototipo di caccia multiruolo di 5ª generazione con caratteristiche stealth. Solo l”F35 potrà essere in grado di avere queste caratteristiche, l”Eurofighter è di quarta generazione e mezzo, quindi già vecchino. Certo, ci sono anche altre cose da considerare … ma qui è giù un altro discorso.

Per me, indifferente alla religione, la vera comunione è questa

Sono stato a Mogoro, il mio paese natale, per ricordare insieme ai miei parenti una mia cugina che decise di lasciare i travagli del mondo. Come si usa dalle nostre parti, familiari credenti e non credenti ci siamo dati un appuntamento nella chiesa parrocchiale per donarci qualche minuto di riflessione: oro colato di questi tempi. Le lacrime di mia zia erano le lacrime di tutti. Tuttavia, è incredibile, nella mia famiglia si soffre, si fatica, qualche volta si bisticcia, poi si fa pace davanti a un desco imbandito o di fronte al sorriso dei nuovi nati. Per me, indifferente alla religione, la vera comunione è questa.

F-35 Lightning II, non c’è nulla di nobile nella guerra ma la libertà ha un costo economico altissimo

Da tempo seguo per Tiscali Notizie la vicenda F35, gli aerei da combattimento prodotto dalla Lockheed. Dopo aver sentito i pro e i contro di generali, parlamentari, geopolitici, ingegneri, mi sono fatto un’idea di tutta questa vicenda. Per capirne il succo, ritengo sia necessario rispondere a tre domande essenziali: gli F35 possono essere utili al Paese? L’Italia può sostenere i costi di costruzione e di gestione dei velivoli? Potrebbero questi aerei essere sostituiti con altri meno costosi e altrettanto validi?

Se si tiene conto degli scenari di guerra in cui l’Italia è impegnata, gli F35 potrebbero diventare l’arma in più per l’Aeronautica e la Marina: gli interventi della nostra aviazione in Kossovo, Libano, Libia e l’attenzione mostrata dal nostro Paese per i conflitti in corso nel Mediterraneo, comprese le vicende di Tunisia, Mali e Siria, mi fanno propendere per questa soluzione. Poter contare degli aerei Lockheed farebbe diventare l’Aereonautica la seconda per potenza operativa al mondo. Un braccio armato forte, o come affermano i militari, un deterrente forte, ci darebbe la possibilità di difendere meglio le fonti energetiche. Gli attacchi della Russia all’Ucraina fanno inoltre pensare che occorrerà stare in guardia anche per quanto sta avvenendo nell’Est Europa.

Sia chiaro, non c’è nulla di nobile nella guerr
a, ma la libertà ha un costo economico altissimo: per poterla difendere da eventuali assalti esterni, oltre che a una seria politica di alleanze, occorre essere in grado di respingere qualunque “attacco” alle nostre fonti energetiche. Per questo l’Italia è ancora in Afghanistan, in Libano ed è intervenuta in Libia, solo per stare alle ultime “crociate”. Ed è per lo stesso motivo, ma questa volta si tratta di gas, che l’Italia è preoccupata per la crisi Ucraina. “Gli F-35 Lightning sono aerei obsoleti concepiti per la Guerra Fredda” mi ha spiegato Fabio Mini, ex comandante della missione in Kosovo KFOR, entrando a gamba tesa contro il progetto del governo di rifinanziare il programma Lockheed. Preoccupante la conclusione di Mini: “La pessima congiuntura economica andrà avanti per un po’ di tempo”, quindi tutti i paesi europei, compresa l’Italia, “dovranno pensare a ristrutturare il proprio impianto di sicurezza, altro che F35”. Tradotto in soldoni, ci potrebbe essere la necessità di difendere la nostra democrazia da attacchi terroristici interni, quindi, meglio investire sull’esercito.

Ed è questa la linea che è passata sinora: lo scorso anno il governo ha ridotto il numero degli esemplari della Lockheed Martin da acquistare da 131 a 90, rispondendo in senso positivo a un ordine del giorno redatto dai deputati radicali. Il costo di ogni aereo medio si aggirerebbe intorno ai 170 milioni di dollari ciascuno, senza contare propulsori. Il 79% in più rispetto al costo di 94,8 milioni di dollari calcolato nel giugno 2006 dal Centro Ricerche del Congresso USA e il 174% in più rispetto al costo iniziale di 62 milioni di dollari previsto dal costruttore.

Costi altissimi, ma un aereo-terra aria di questa qualità, mi ha spiegato Pasquale Preziosa, l’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, farebbe fare un salto di qualità immenso ad Aereonautica e Marina. E gli Eurofighter? Sono ottimi aerei aria-aria che possono integrarsi perfettamente con gli F35. Alla causa italiana servano entrambi: perché così i nostri piloti potrebbero operare sia in ambito Nato sia in ambito Europeo.

Ucraina, comunisti e nazisti tornano sul fronte orientale

“Fischia il vento infuria la bufera” urlano da Est. “In alto la bandiera” rispondono da Ovest. Se davvero la Russia dichiara guerra all’Ucraina si tornerà a parlare di Guerra Fredda (con la speranza che non diventi calda). E la cosa più strana sapete qual è? A combattere l’ex Armata Rossa saranno chiamati i neo nazisti ucraini: come se il secondo conflitto mondiale non fosse mai finito.

Per fare una guerra ci vogliono capitali importanti: i capitalisti sono pronti. La Russia la “grana” ce l’ha, i neo nazisti saranno, invece, finanziati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Per quanto mi concerne, sto con l’Europa ma non con gli eredi di zio Adolf. Come andrà a finire? Secondo me, dal punto di vista politico Usa e Ue “sfrutteranno” i neo nazisti, poi, una volta utilizzati, chi si è visto si è visto. Dal punto di vista geografico, la Crimea tornerà a essere russa (magari con uno statuto ad hoc).

Del resto, Vladimir Putin non può permettersi né di perdere il dominio del Mar Nero, né, in particolar modo, non può pensare di smantellare il porto di Sebastopoli che, da più di duecento anni, è la sede più importante della marina russa. Perché il popolo ucraino sta dalla parte dei nei nazisti? Perché in Ucraina hanno assaggiato la frusta del comunismo sovietico: in sostanza il popolo considera il comunismo peggiore del nazismo.

E l’Italia? A noi il parere non ce lo chiederà mai nessuno, ma quando serviranno soldati, aerei e navi saremo pronti a darli: l’80 per cento del gas utilizzato nel nostro Paese attraversa l’Ucraina. In Italia moriremo democristiani e in Europa nazisti? Spero di no, altrimenti cambio residenza (se mi danno la pensione).

La Barracciu non ricatta più Pigliaru: è sottosegretaria di Renzi

Ora il presedente della regione sarda, Francesco Pigliaru (ottimo) potrà liberamente nominare il suo governo. A togliergli le patate dal fuoco è stato il neo presidente del Consiglio Matteo Renzi (in attesa di giudizio): ha nominato, infatti, sottosegretario alla Cultura l’ex candidata allo scranno più alto della Regione Francesca Barracciu (sufficiente). Un tempo, i comunisti di Enrico Berlinguer (insufficiente) accusavano i socialisti di Bettino Craxi (buono) di aver risolto i problemi interni del loro partito con la nomina di qualche sottosegretario. Adesso, gli eredi del PCI fanno altrettanto: buon pro a loro, ma d’ora in poi non dicano di essere immacolati. Buon lavoro a Renzi a Pigliaru e alla Barracciu. Con la speranza che non ci facciano rimpiangere il passato.

Vi spiego perché mi sono candidato. Non è masochismo

Il Psi ha deciso di candidarmi alle elezioni regionali nel Medio Campidano, so che le chance di essere eletto sono sostanzialmente molto vicine allo zero (conosco le regole e i numeri che governano queste competizioni elettorali). Perché allora ho accettato la candidatura? Non per masochismo, sia chiaro, ma per dire a chi è stato socialista come me, lo sono dall’età di 17 anni (e ora ne ho 59): ritrovate l’orgoglio delle vostre radici. Ritrovate la gioia di essere dello stesso partito che fu di Pertini, Nenni, De Martino, Matteotti, Armando Zucca ed Emilio Lussu, solo per fare qualche nome. Mi sono candidato, in buona sostanza, per affermare liberamente la mia fede politica e per ricordare che i paesi europei governati meglio – Norvegia, Germania, Svezia, Finlandia – hanno da sempre una forte rappresentanza socialista. Se non votate me, votate almeno socialista, per me va bene uguale.

Di quando il PCI prendeva “contributi” dal PCUS (ma Berlinguer non sapeva)

Per l’ultimo pezzo che ho scritto per il mio blog, ho ricevuto una marea d’insulti. Tuttavia ripropongo il concetto: l’Italia è rimasta indietro per colpa dei comunisti. Non mi voglio però nascondere dietro le bandiere falce e martello, anche Dc e PSI hanno gravi responsabilità. Questi ultimi in particolare, mi dispiace doverlo scrivere, non sono riusciti a proteggere un’idea che in Europa ha ancora milioni di consensi. Nondimeno, voglio però continuare a spendere una lancia a favore dei socialisti italiani.

Credo, infatti, che certi i suoi comportamenti illeciti siano dovuti alla grande disponibilità di denaro mostrata in quegli anni sia dai comunisti sia dai democristiani, ma mentre questi ultimi sono stati rasi al suolo dalle cannonate della magistratura, gli ex comunisti hanno potuto continuare a fare i duri e puri. Davvero però, non l’ha capito nemmeno Antonio di Pietro, non si comprende perché la magistratura non abbia mai indagato i bilanci del partito di Enrico Berlinguer. Ecco cosa si scrisse sul merito “… In materia di finanziamenti esteri il PCI, divenuto poi PDS, a differenza degli altri partiti aveva organizzato una vera e propria struttura permanente che nel coso dei decenni, si è venuta costantemente ampliando e perfezionando sì da garantire dei flussi di finanziamento costanti che rappresentavano una parte assai rilevante delle sue entrate.

Il potere sovietico, anche nei momenti d’incomprensione e di difficoltà nei suoi rapporti con il PCI, ha sempre continuato a considerare il Partito italiano come il suo principale alleato occidentale … questo spiega la sistematica continuità e l’ampiezza degli aiuti finanziari”, questi aiuti “provenivano direttamente dal PCUS, successivamente da interventi specifici del KGB e dai servizi segreti collegati”. E anche dalla “Croce Rossa” sovietica. Chi disse e scrisse tutto questo? Lascio a voi il piacere della ricerca.

Sapeva tutto Primo Greganti, in altre parole “il compagno G, il perfetto comunista che non molla mai”, il cassiere del PCI. Da Wikipedia: “Greganti, rinviato a giudizio, fu condannato a 3 anni e 7 mesi per finanziamento illecito al suo partito, pena in seguito patteggiata e ridotta a 3 anni e confermata dalla Corte di Cassazione nel marzo 2002. Poiché fece 6 mesi di carcerazione preventiva a San Vittore nel 1993, durante la fase istruttoria, scontò in carcere 2 anni e 6 mesi anziché 3”. Ma a nessuno venne in mente di mettere sotto processo i vertici del PCI. Che non potevano non sapere (visto utilizzava le risorse). Cose che capitano. In Italia.

Renzi come Craxi? Speriamo, ma il dubbio mi rode

Matteo Renzi è il nuovo segretario del Partito Democratico. Non so se sarà un buon segretario, ma per quanto mi riguarda, sono abbastanza soddisfatto: tutto quello che restava del vecchio PCI, il partito più conservatore che l’Italia abbia mai avuto, più della Democrazia Cristiana, più del Movimento Sociale Italiano, è stato quasi cancellato.

Certo, qualche scoria soviet c’è ancora: i mandanti di Cuperlo si sono nascosti nel bosco, pronti a riprendere in mano le “monetine” al primo passo falso del nemico. Eppure, qualche giorno fa, sull’Espresso ho letto un articolo di Stefania Rossini che mi ha francamente sorpreso, il comunista Francesco Piccolo (ha scritto “Il desiderio di essere come tutti”), in un giornale di De Benedetti, ha avuto il coraggio di dire quello che, con molta umiltà, sostengo da qualche tempo: negli anni “80-”90, l’apparato comunista non ha voluto cogliere il messaggio di rinnovamento lanciato da Craxi, gli preferirono il conservatore (per Piccolo era un “reazionario”) Enrico Berlinguer, l’ultimo “Komunista” filo sovietico e, addirittura, tal Achille Occhetto.

Sino all’altro giorno, per La Repubblica, per l’Espresso, per tutti i giornali nella galassia De Benedetti, pronunciare il nome del segretario del Garofano in senso costruttivo era tabù, ora invece si comincia a riconoscere al “fuggiasco” il ruolo di “innovatore” della politica. Quanto durerà? Lo capiremo subito, quando qualche “collega ricco” ricomincerà a utilizzare il “doppio forno” per “smontare” quel che serve al Pd del vecchio PSI. Spesso, nessuno fa nulla per nulla: in particolare nel mondo imprenditoria (altrimenti il PSI non sarebbe oggi solo un micro partito), per questo mi aspetto un passaggio di armi e bagagli dei soliti “questuanti” di centro verso le sponde renziane.

Se il segretario del PD saprà resistere alle sirene dei banchieri, se saprà imporre la riforma della legge elettorale, se saprà dire di no all’Europa in salsa tedesca e saprà ribadire agli americani che vogliamo gestire noi il sacro suolo della Patria, forse si potrà parlare, come qualcuno sta già facendo (anche in senso spregiativo), di un novello Craxi. Per quanto mi riguarda, sto aspettando Godot dal 1992, attendere qualche giorno o settimana o mese o anno o decennio (se vivo) in più, non mi crea alcuno sconforto: tanto socialdemocratico lo sono già. Gli altri arriveranno.

Gocce di gioventù, di quando saltai dalla rocca di Su Riu e Sa Ide e mi ferii al naso

Oggi ho deciso di raccontarvi di quando saltai dalla roccia più alta di Su Riu e Sa Ide, una piccola caletta rocciosa posta a nord della spiaggia di Santa Caterina di Pittinuri, nel comune di Cuglieri, lungo l’affascinante costa occidentale della Sardegna, in provincia di Oristano. Era una bella giornata estiva, avevo ottenuto dalla Brigata Folgore tre o quattro giorni di licenza (evento raro per i baschi rossi). Maria, che poi diverrà, mia moglie, organizzò con gli amici una sortita al mare. Fu una bella idea: il sole ci accompagnò per tutta la giornata, la brezza e qualche vecchio ombrellone mitigarono la canicola.

Sembrava una giornata di tutto riposo, tutta lettura e brevi bagnetti, invece un ragazzetto di 17 – 18 anni cominciò a saltare dal gradino più basso della corona di calcare che cinge la piccola baia. Mi sembrò una sfida: saltai in acqua, mi avvicinai a nuoto al trampolino naturale, mi arrampicai abbastanza facilmente sino al punto in cui il giovinetto aveva disegnato una carpiata mica male. Saltai anch’io, poi risaltai ancora. Sin da bambino mi piaceva il breve brivido che regala il tuffo. Sembrava finito lì: invece tre o quattro giovincelli mi guardarono negli occhi, poi salirono di un altro gradino. Avevo saltato da ben più in alto altre volte, pertanto non ebbi alcuna esitazione.

Due di quei ragazzini, mi sorrisero sornioni mentre salivano un altro gradino. Si lanciarono loro, mi lanciai anch’io. E così durò per più di un’ora: dopo ogni salto bisognava anche riarrampicarci. Insomma, la sfida si faceva interessante. “Sono un parà”, pensavo, di certo “questi qui non mi metteranno in difficoltà”. Invece si arrampicavano sempre più su, ed io con loro (mica potevo perdere la faccia con gli amici e l’amorosa). Era una sfida puerile, ma mi stava prendendo. A un tratto capii il gioco: volevano vedere cosa avrei saputo fare dal punto più alto, così decisi di saltare le fasi intermedie e di affrontare senza esitazioni, il fatidico ultimo gradino.

Solo che quando mi affacciai dalla rocca, il blu del mare era lontanissimo. Il cuore mi salì in gola, i due giovinastri che sino allora mi avevano accompagnato, si guardarono bene dal seguirmi. E adesso? Mi chiesi. Per tutta risposta le gambe cominciarono a fare “giacomo giacomo”: tremavo. Erano però proprio quelle palpitazioni, quell’ansia che avevo già conosciuto prima di saltare giù da un aereo che mi faceva capire che a distanza di pochi secondi sarei saltato giù dalla rupe. E poi, maledizione, i miei amici mi stavano guardando e con loro le decine di persone che affollavano la scogliera sottostante. Mi sentivo piccolo, molto piccolo. Mi sentivo leggero, molto leggero. Sapevo che il salto mi avrebbe levato il fiato e che avrei avuto bisogno di ossigeno sino all’impatto con il mare: cominciai a respirare profondamente, mi misi in posizione di attenti. E – suonato com’ero – urlai “folgore”, attesi un attimo, poi disegnai nel cielo la capriola e il mezzo carpiato che mi serviva per tornare a testa in giù.

L’impatto con l’acqua fu forte, ma solo un poco più del normale. Insomma, quasi tutto bene. Quasi, perché mentre risalivo, inavvertitamente, raschiai il naso contro una roccia sommersa, sentii, in effetti, un piccolo dolore, ma non ci feci caso: l’adrenalina serve proprio a questo. Con una breve nuotata, tornai verso la “morosa” incazzata. Il primo ad accorgersi del taglio nel naso era stato Mario Auricchio, un amico medico. Che subito pensò di portarmi all’ospedale per farmi cucire. Non volli, così mi sistemò con un cerotto, cercando di far combaciare i lembi della pelle strappata. Finita l’operazione, mi rituffai in acqua, risalii la rocca e mi rituffai “perché non mi rimangano remore”, spiegai. Porto con orgoglio quella cicatrice: mi ricorda la mia spericolata gioventù, fatta di stupidità e di coraggio. Tuttavia, c’è chi può e chi non può: io potevo. Che bella la gioventù!

Di quando mi confusero con il brigatista Antonio Savasta

Oggi ho raccontato a due miei colleghi di quando sono stato fermato, messo con le mani in alto e sbattuto in auto dalla Digos di Cagliari: mi avevano scambiato con Antonio Savasta, uno dei leader degli anni “80 delle Brigate Rosse. Accadde in via Pessina verso le 3 o le quattro del mattino: stavamo tornando da una delle solite feste studentesche. L’azione fu fulminea: due poliziotti mi bloccarono le braccia, mentre un’altra mi fece allargare le gambe. Mi perquisirono: non feci in tempo nemmeno ad avere paura. Mia moglie (allora eravamo solo fidanzati), si mise a ridere (non si rendeva conto), non so come reagirono gli altri. Fui interrogato. Per difendermi, risposi in sardo: questo fece cambiare l’espressione dei poliziotti che solo dopo un po’ capirono che con le Brigate Rosse non c’entravo proprio nulla. L’ho raccontato a colleghi giornalisti più giovani: dall’espressione ho capito che non ci hanno creduto. E’ un po’ offensivo, ma sono giovani che ignorano: per questo non riescono nemmeno a concepire in che tempi hanno vissuto i giovani della mia generazione. Un mio amico, il medico Roberto Orlandini (lui c’era ed era con la moglie), via Facebook, mi ha rammentato che da qualche tempo eravamo seguiti, molto probabilmente, a causa della mia somiglianza con il brigatista. La polizia, confusa dai miei tratti somatici, forse mi seguiva perché sperava li conducessi dalla compagna di Savasta, Emilia Libera e dai vertici di Barbagia Rossa. Come andò a finire? Per sintetizzare cito Wikipedia: “Il 15 febbraio 1980 a Cagliari nei pressi della stazione ferroviaria ha luogo una sparatoria iniziata da un uomo, fermato per accertamenti dalla polizia insieme con una donna perché trovati in compagnia di alcuni appartenenti al gruppo armato “Barbagia Rossa”. Si scoprirà che le due persone sono i brigatisti Antonio Savasta ed Emilia Libéra, recatisi in Sardegna per studiare la possibilità di stabilire un collegamento più stretto con Barbagia Rossa per farne la colonna sarda delle BR”. Questi erano i miei tempi, immaginiamoci cosa sarebbe accaduto se io, per sbaglio, mi fossi trovato in piazza Matteotti.

Addio Cavaliere, non ci mancherai

Berlusconi ci lascia. No lo rimpiangerò. Anche se ritengo che il suo boia, il Senato della Repubblica Italiana, avrebbe dovuto mattarlo con il voto palese: perché ogni parlamentare ha il dovere di assumersi, alla luce del sole, la responsabilità di ogni scelta. Detto questo, spero che d’ora in poi si ricominci a parlare di politica, di riforme costituzionali, di modifica del sistema elettorale, di fatti e non di atti processuali.

Il destino dell’ex Cavaliere è ormai certo, fuori dal Parlamento sarà come un pesce fuor d’acqua: si dibatterà furiosamente per qualche tempo, poi sarà cucinato a dovere dagli uomini del centro destra, dagli stessi che per oltre un ventennio hanno goduto della sua coperta. Poi ci sarà il fuggi fuggi generale, già iniziato del resto con la presa di distanza di Angelino Alfano (anche tu Bruto, figlio mio?). Per un certo tempo, fin quando servirà allo share di Porta a Porta, l’ex premier sarà invitato nel salotto di Bruno Vespa, quando sarà solo un peso, parlerà solo dalle sue tivù (fin quando gliele lasceranno). Il tempo passa per tutti, gli italiani, non potendolo impiccare a testa in giù, lo metteranno in un cantuccio: e chi si è visto si è visto. E via, di nuovo, verso il centro. Qualche nostalgico tenterà di alimentare la fiamma, solo per qualche tempo: fin quando il Cavaliere di Arcore sarà in grado di offrire qualche prebenda.

Addio Silvio, non ti ho mai amato, non ti ho mai votato, non mi sei mai piaciuto nemmeno come persona. Però vincevi le elezioni. E in democrazia solo questo conta. Tu hai detto che questo è un colpo di stato, avresti voluto che per te si facesse eccezione, così come ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri l’ha fatta per la rampolla dei Ligresti. Ma sarebbe stato giusto? Credo di no: perché l’eccezione non dovrebbe valere anche per quei poveri cristi che sono in galera solo perché hanno rubato un maiale e due polli? Eppure loro hanno prodotto meno danni di quanti ne hai prodotto tu.

Dura lex, sed lex. Certo stiamo parlando di una verità giudiziale, forse esiste davvero un’altra verità, ma il nostro sistema funziona così. E così funziona in ogni Stato che si rispetti. Addio, dunque. E senza rancore, nemmeno per non aver mai approvato la patrimoniale, nemmeno per non aver tolto ai ricchissimi per donare ai poveri. Tuttavia, donne ce ne sono a iosa, sin quando la grana c’è sei a posto.

Olbia, ho visto il dolore negli occhi di chi aveva perso tutto, tranne la dignità

A Olbia, ho visto il dolore negli occhi di chi aveva perso tutto, tranne la dignità. Ho visto i soldati della Brigata Sassari, gente addestrata a usare le armi, impugnare senza esitare il badile per spalare non solo il fango che ha oltraggiato le case ma anche per riscattare la vergogna di chi non ha saputo, voluto o ha gestito per i suoi interessi di bottega il territorio. Ho visto gli elicotteristi dell’aviazione mettersi le mani fra i capelli per non commuoversi di fronte a tanto scempio. Ho incontrato la solidarietà: ristoranti di lusso e pizzerie hanno offerto agli alluvionati più di un pasto, alberghi e hotel hanno accolto, e spesso ancora ospitano, chi non ha più nemmeno un materasso. Ho incontrato uomini che chiedono giustizia: sottovoce, senza deprimersi, senza versare troppe lacrime, a volte con un sorriso. E qualcuno sembrava quasi volersi scusare per il disturbo. Si può essere così? Evidentemente sì. Nondimeno, qualche imbecille, evito di citare il suo nome per non fargli pubblicità (ma posso dire che è un politico di piccolo cabotaggio di matrice leghista), ha definito questa gente “sardegnoli”, asini, insomma. Animali come questi (e non parlo degli asini) non meritano una risposta: una pernacchia basta. Ho anche visto la nostra classe dirigente nascondersi in un’alluvione di parole: per difendersi e non per proporre. Qui, però, una bacchettata la meritiamo anche noi sardi: quando la smetteremo di farci abbindolare dai quara qua di professione? Il voto è una cosa seria: è l’unica possibilità che c’è concessa dalla democrazia per punire o, può anche essere il caso, per premiare chi ha dato alla sua gente. E non alle sue tasche.

Aspettando Godot, aspettando la socialdemocrazia

L’ago della mia personale bussola politica vorrebbe (ri) volgere la lancetta in direzione socialdemocrazia, ma quel punto cardinale, molto comune in Europa, in Italia ha smesso di esistere. Le culture dei vincitori, Pdl e Pd, hanno preso il sopravvento per conservare “su connottu”: non per proporre effettive prospettive di sviluppo per il nostro Paese. Tutti e due le fazioni si nascondono dietro la parola riformismo, tutti e due però sono solo feudi. Il primo ha per domino Berlusconi, che infatti può dire ad Alfano: il partito è mio e me lo gestisco io. Il secondo dovrebbe appartenerne agli iscritti, invece è guidato dai signori delle tessere. La cultura di Grillo & Casaleggio non mi appartiene. Così ho deciso: aspetto Godot.

Un colpo a destra e uno a manca: Berlusconi e Michele Serra sono bugiardi

Un colpo a destra e uno a manca.

A destra: se Berlusconi fosse davvero lo statista che ha – molto modestamente (sic) – sempre detto di essere, avrebbe già fatto un passo indietro per il bene dell’Italia. Il Cavaliere di Arcore (sic) vorrebbe, invece, che una legge approvata da un governo liberamente eletto, anche con i voti del Pdl, non sia applicata alla sua “augusta” persona perché “Lui è Lui” e gli altri sono solo plebei senza la tomba di famiglia.

A manca: Michele Serra, il giornalista di Repubblica, in un suo pezzullo ha scritto che Brunetta è un socialista. E che la colpa della Tares, la nuova e più iniqua Imu inventata dal governo Letta, è del Pdl.
A Serra ricordo: Brunetta non è iscritto al Psi e la Tares è stata votata anche dai suoi datori di lavoro del PD.
Serra, perché non ha mai scritto che gli ex comunisti organizzavano le feste dell’Unità con i rubli e non con le salsicce? Magari un attimo di autocritica le farebbe bene.
Lei è fermo alle idee “conservatrici” di Enrico Berlinguer.
Che bello che era “Il Male”, ma il tempo passa: ora anche lei “tiene famiglia”.

Segue 14, accavallò le gambe, facendo intravedere

Ormai c’eravamo detti tutto, Maccioni e Accardo si alzarono dalle loro sedie per congedarmi. Quando uscii dalla caserma mi era chiaro solo una cosa: le forze dell’ordine, come avrebbe scritto qualunque cronista di nera, stavano brancolando nel buio. Per quanto mi riguarda, volevo vederci chiaro così decisi, di fare una puntata verso Villacidro, lì avevo qualche buona conoscenza. Forse mi avrebbero potuto aiutare. Chiesi a Giorgio di venire con me: non volevo stare solo. Chiamai Gianni Piras, un barista che spesso mia aveva aiutato a contattare chi di dovere in alcuni miei reportage giornalistici.
“Ciao Gianni, posso venire da te oggi”
“Certo, quale buon vento?”
“Un brutto vento”
“Problemi?”
“Tanti, ma non voglio parlartene al telefono: sai ancora fare qualche caffè serio?”
“Per te sì: se vuoi te lo faccio anche con la moca” disse divertito.
Trentacinque chilometri si percorrono in un baleno. Gianni stava mescendo l’ennesima birra a un avventore che avevo visto tante altre volte, sempre barcollante: “barcollo ma non mollo” era il suo moto. E in effetti l’uomo, ormai più simile a Cico, il divertente messicano amico di Zagor, il mio eroe dei fumetti preferito, sembrava non voler mollare la presa del suo ennesimo bicchiere di birra.
“Che pezzo devi fare” mi disse l’amico di tanti articoli.
“Nessun pezzo, ho bisogno di parlarti da solo”
“Roba grave?”
“Roba grave”.
Gianni, chiese al figlio di restare al banco. Seguito da Giorgio, ci spostammo in una saletta più appartata. Gli raccontai di Gaia e delle telefonate.
“Conosci qualcuno che mi possa introdurre nell’ambiente dei satanisti?
“Non direttamente, lasciami il tempo di fare due o tre telefonate”
“Fai pure, ma davvero ho fretta”
“In quanto alla frase San Giuseppe e le ciliegie, sappi che c’è una chiesetta, dedicata a san Giuseppe, appunto, nella zona di Villascema”
“Mi accompagni?”
“Più tardi però, fra due ore, diciamo”
Feci un giro nei parchi cittadini, più che altro per non stare al bar e nemmeno sotto il sole cocente. Giorgio, che stava sudando più delle solite sette camicie, in viale Repubblica mi indicò una gelateria artigianale. Gelati ottimi, bellissima commessa. Sorbiti i gelati tornai da Gianni, al bar sarebbe restata la moglie. Sedemmo in auto, al barista non sembrò vero di poter evadere dalla sua bettola. Direzione chiesetta di san Giuseppe. Durante il viaggio mi rifilò un foglietto con nomi e numeri.
“Mi raccomando, io non so nulla” disse. Prima incrociai le dita e le baciai al centro, poi alzai la mano destra “lo giuro”. Gianni sapeva che non avrei parlato, neppure sotto tortura (ma questo non lo giuro).
Dopo aver percorso la strada asfaltata e tutto sommato comoda che costeggia il lago, svoltammo a destra subito dopo il ponte. Dopo mille metri, in mezzo alla strada c’è un ulivo, sulla destra del quale c’è l’entrata per la cappella. Parcheggiammo li accanto, all’ombra di una quercia secolare. Una volta scesi dall’auto, un breve passeggiata ci permise di raggiungere in un baleno il cancelletto che permette l’accesso al luogo sacro. Per fortuna c’erano lavori in corso, così potemmo entrare.

Segue 13, accavallò le gambe, facendo intravedere

Alle 17:00, puntualissimo, mi recai dal maresciallo. Con lui c’era, lo avevo previsto anche il pubblico ministero Salvatore Accardo. Lo conoscevo: era il magistrato che da alcuni anni stava indagando sull’attività di una setta satanica massonica che, stando ai risultati delle prime indagini del pm oristanese, avrebbe arruolato tra i propri adepti alcuni abitanti di Villacidro e Mogoro.
- “Buonasera Marco, puntualissimo”, salutò Maccioni, mentre mi presentava Accardo.
- “Sono preoccupato per la sorte di Gaia” replicai, mentre stringevo la mano al magistrato.
- “Ha ricevuto altre telefonate da parte dei rapitori di Gaia” mi chiese il pm a bruciapelo
- “Rapitori, lei è certo che questa sia un rapimento? “
- “Di sicuro non si tratta di un rapimento per estorcere denaro alla famiglia di Gaia: un rapimento anomalo quanto si vuole, comunque tale” replicò il militare guardando verso Accardo.
- “Può raccontare anche al pm quanto mi ha già raccontato?”
- “Certo”.
Raccontai per sommi e capi quanto avevo già decine di volte raccontato in due giorni.
Lo sguardo di Accardo non mi piacque, mi sembrò volesse dubitare delle mie parole.
- “Sta dubitando di me?” gli chiesi quasi stizzito.
- “Ma no, le sto solo chiedendo qualche chiarimento: tutto può essere utile” replicò sorridendo.
- “L’inchiesta è appena cominciata: più elementi abbiamo meglio è” spiegò Maccioni
- “Abbiamo già cominciato a sondare negli ambienti “neri” di Villacidro” proseguì il maresciallo
- “L’argomento è delicato: chi sa dei satanisti è molto restio a lasciarsi andare” concluse il milite.
I villacidresi sono gente molto particolare con una forte connotazione cattolica.
- “Abbiamo saputo, comunque, che fra Villacidro, Gonnosfanadiga e San Gavino Monreale operano alcuni preti esorcisti” disse il maresciallo
- “Lei sa se la ragazza ha frequentato ambienti satanisti?” insisté il magistrato
- “Ero fidanzato con Gaia, poi ci siamo lasciati, l’ho rivista due giorni fa dopo cinque anni: nel periodo che è stata con me non credo abbia frequentato cerchie simili. Dopo non so”.
Evidentemente riuscì a essere convincente, perché il magistrato invece di continuare con l’interrogatorio mi raccontò di cinque ragazzi suicidi a Gonnos tra il 2004 e il 2011. Cinque casi che ruotano attorno al liceo classico di Villacidro. A me, per dire il vero, mi sembrò che a unire il caso di Gaia e quello dei liceali suicidi ci fosse solo una ipotesi investigativa: il satanismo. Una congettura che, evidentemente, nella fantasia di Accardo si era subito trasformata in dubbio, ombra nera, paura, indizio.
“Qui troverai la verità e la fantasia. L’una è necessaria all’altra. Quello che vedrete potrà anche non piacervi. Qui finalmente troverete un pensiero satanico” c’è scritto nell’ultima parte della Bibbia di Satana di Anton Szandor Lavey. Ed è questa la frase che il magistrato enunciò, lasciandomi perplesso, prima di andarsene.
- “Che cosa avrà voluto dire?” chiesi al maresciallo
- “La Bibbia di Satana di Lavey era stato trovato nella borsa zaino di scuola di uno dei ragazzi suicidi”.
E in quella cartella c’era anche un foglio, c’era scritto: “Ordine eseguito, bestemmiato in San Pietro”, firmato Carlo.

Segue 12, accavallò le gambe, facendo intravedere


Il signor Gianni giunse in un baleno. Il padre di Gaia era un ex combattente: durante la seconda guerra mondiale aveva combattuto, “baionetta e bombe a mano”, in Albania e Grecia, ma dopo il racconto di Tania sembrò volersi consegnare al nemico. Tuttavia, la sua indole ancora esuberante lo fece reagire. E subito s’interessò dalla frase “Al tempo delle ciliegie di San Giuseppe i fiori del male appariranno”, la stessa espressione da qualche ora martellava nella mia testa come i tamburi di guerra di un film western. “Ho un vuoto di memoria: credo di aver sentito altre volte questa espressione o comunque non mi è nuova”, commentò il signor Gianni. “San Giuseppe, le ciliegie”, ripetei voce alta tentando, invano, di ragionare: vagolavamo nel buio. I quiz non mi sono mai piaciuti e men che meno questa volta.
Tania ripeteva tra le labbra quella frase come una nenia. Insieme uscimmo nel piccolo giardino che sta di fronte alla casa di Gianni: ci riparammo dal sole raccogliendoci attorno a magnifico, profumato, albero di limoni, ognuno di noi assorto nei suoi pensieri.
Il trillo del telefonino mi fece sussultare: era il maresciallo Maccioni. Pronunciò solo una parola “Villacidro”. “Villacidro” ripetei a mia volta. Villacidro? E subito tutto mi fu tutto molto più chiaro: la voce che mi aveva in fretta e furia dettato il rompicapo non aveva fatto in tempo a pronunciare il nome del paese delle cogas e delle streghe. Evidentemente qualcuno la braccava, mi era parso, in effetti, di sentire il rumore di legna secca e ghiaia smossa dai passi. “Villacidro” ripeté anche Gianni. “Le voglio parlare: può venire verso le 17:00?”, mi chiese il comandante della stazione. Ovviamente risposi di sì: volevo capire che importanza potesse avere quel rompicapo che da qualche tempo stava martirizzando il mio cervello. Mi restava qualche ora, rovistai nella mia memoria, così riuscì a mettere a fuoco alcuni pezzi di cronaca di cui ero stato qualche anno prima estensore per l’Unione Sarda. Mi ricordai che nella parte retrostante il cimitero della città di Giuseppe Dessì c’era stata (c’è ancora?) una zona “nera”, una specie di anfiteatro naturale rifugio notturno dei partigiani di Lucifero che, tra Monte Omu e le cascate della Spendula, era stato teatro di riti satanici e messe nere: una ventina di anni fa il corpo mutilato di una giovanissima adepta fu fatto ritrovare proprio il giorno della festa della donna. Alla vittima furono asportati, forse per essere conservati come feticci, l’utero e i seni, con una precisione quasi chirurgica. Il macabro ritrovamento, avvenuto in un campo a ridosso di una strada buia e isolata, provocò terrore: alcuni cittadini sostennero di aver udito, specie nelle notti di plenilunio, urla agghiaccianti. Carabinieri, barracelli, contadini, cacciatori e amanti del jogging dichiararono di aver più volte trovato nell’area ciotole con all’interno candele consumate. Il primo a scoprire ceri e fogli di quaderno con strani simboli fu il proprietario di una masseria che sta a pochi chilometri di distanza dal punto dove è stato abbandonato il corpo mutilato della ragazza. Altre indiscrezioni riferirono di incontri misteriosi avvenuti a cadenza regolare tra la ragazza e un uomo del posto.
Erano ormai passati ventitré anni esatti da quell’episodio, ma nel paese delle cogas nessuno aveva mai dimenticato il dramma: la donna sacrificata al demonio quando era ancora adolescente aveva rappresentato la Madonna durante una ricostruzione scenica della nascita di Gesù.
Era stupenda, a Villacidro nessuno l’ha mai dimenticata forse, però, è la stessa città a custodire ancora oggi la verità sulla sua drammatica fine: Roberta Basciu era scomparsa il 28 maggio del 1989 dalla casa della nonna, dove era andata per aiutare nelle faccende domestiche. Roberta non era in vacanza, come avrebbe voluto far credere una telefonata anonima: il suo corpo verrà, infatti, ritrovato il 13 luglio dello stesso anno sotto un cespuglio di olivastro dietro il cimitero di via Parrocchia, a duecento metri, svelarono le indagini dei carabinieri, dalle gradinate del campo sportivo comunale. Il suo corpo era stato seviziato da un oggetto aguzzo ed furono subito evidenti i segni di violenza sessuale. Fin dall’inizio furono evidenti i tentativi di depistaggio. Chi si voleva proteggere? Dare una risposta a questo interrogativo ora sarebbe potuto diventare importante per salvare la vita di Gaia.

Segue 11 – accavallò le gambe, facendo intravedere

Quando, in silenzio assoluto, uscimmo dalla caserma ci fermammo al bar Musiu – sta di fronte alla piazza Matteddu – per tentare di raccapezzarci.
“Tania, sei certa che Gaia non ti abbia detto qualcosa che potrebbe tornare utile a una indagine?” chiesi senza convinzione
“Mia sorella, lo sai, non era molto espansiva, soprattutto non mi ha mai raccontato delle sue frequentazioni”
“Io vado in ufficio: se c’è bisogno di me, fatemi sapere”, disse Giorgio dopo aver pagato il conto, ricordandomi così che anch’io ho un lavoro.
Chiamai in redazione: “Mi serve una settimana di ferie”. Il direttore fece resistenza, ma alla fine cedette.
Una settimana di ferie per fare che cosa? Mi interrogai. Incerto sul da farsi segui in silenzio Tania fino a casa dei suoi genitori. Per dir loro che cosa? Mi levai di mente tutte le risposte, convinto che con loro di fronte sarei riuscito ad ammorbidire la versione dei fatti.
Tania estrasse dal suo borsone le chiavi della porta e una volta che fu dentro chiamò la signora Laura: “Mamma puoi venire un attimo in salotto,sono con Marco, abbiamo qualcosa da dirti”.
“Marco chi?”
“Marco Mura”.
La donna si affrettò a venirmi a salutare.
“Come stai?”
“Così così” risposi con un tremore alla voce che non le sfuggì.
“Cos’è successo? Dov’è Gaia? Ma voi non vi eravate lasciati? Che cosa vuol dire la tua presenza in questa casa?” mi chiese sottovoce, come se avesse un brutto presentimento.
Così feci quello che non avrei dovuto fare: l’abbracciai commosso.
“Per quanto mi riguarda sto bene, il problema è che non riusciamo a trovare Gaia” gli spiegai, omettendo gli altri particolari.
“Avantieri mi ha telefonato per dirmi che di pomeriggio sarebbe andata al mare per incontrare un amico”
“L’amico ero io”
“Non è andata all’appuntamento?” mi interrogò scrutandomi negli occhi.
“E’ venuta, ma se ne andata di fretta dopo aver ricevuto una telefonata “
“Chi gli aveva telefonato’”
“Non me lo ha voluto dire”
“Sei preoccupato?”
Gli raccontai con prudenza il contenuto della telefonata omettendo quanto mi aveva riferito Tania sulla setta religiosa che l’aveva contattata.
“Bisogna andare dai carabinieri?”
“Già fatto mamma”, le rispose Tania abbracciandola.
“Dio mio, cosa vi hanno detto in caserma?”
“Che indagheranno” risposi.
Una nuvola passeggera aveva reso più scuro il salotto. Laura afferrò il telefono per chiamare il marito, Gianni, un anziano agrimensore che svolgeva ancora con successo la libera professione di esperto di campo.

Segue 10 – accavallò le gambe, facendo intravedere

La mattina seguente fummo tutti puntuali. Prendemmo un buon caffè nel bar di piazza Matteddu, dopo di che ci incamminammo verso la tenenza dei carabinieri. Chiedemmo al piantone di poter parlare con il maresciallo Maccioni. Aspettammo qualche attimo, fu lo stesso graduato a venirci incontro sorridente e premuroso. “In cosa posso esservi utile”, disse mentre ci invitava a entrare nel suo ufficio. Si vedeva, stava morendo dalla curiosità: conosceva la mia storia d’amore con Gaia, ma anche il suo poco lieto the end. E vedermi con Tania lo sorprendeva, soprattutto desiderava comprendere perché cittadini che non erano mai entrati in una caserma dei carabinieri erano lì da lui di primo mattino. Tania ed io raccontammo i particolari della vicenda, Giorgio ascoltò in silenzio e quando Maccioni gli chiese se anche lui avesse avuto qualcosa da dichiarare, rispose che conosceva solo i nostri racconti. L’ispettore della Benemerita ci ascoltò con interesse. Chiamò il piantone e gli chiese di far venire nel suo ufficio l’appuntato Efisio Madeddu. Con Efisio avevamo giocato a pallone insieme nella squadra del Mogoro: era un ottimo mediano, coraggioso e duro quanto bastava per non far avvicinare troppo sottoporta la mezzala avversaria. Avevano bevuto molte volte assieme, ma dopo essersi arruolato, divenne quasi astemio: quel quasi era dovuto alle sbronze bibliche che l’agente si concedeva a Capodanno, se non era in servizio. “S’imbriaghera” dell’ultimo giorno dell’anno si faceva sentire per due o tre giorni. Sua sorella, Serenella, un ottimo avvocato, nubile e sempre in cerca di un “buon partito”, diceva che Efisio aveva fatto una decina di anni prima una “promittenza”, una promessa.
“Ciao Marco”
“Ciao Efis. E a palloi?”
“Non gioco più: non più l’età adesso ce la famiglia da seguire” disse stringendomi la mano con un accenno di sorriso. “Efisio”, spiegò il maresciallo, “è necessario che tu rediga un verbale. E che questa storia resti tra noi: ci penso io a informare i superiori”. Così raccontammo all’appuntato per filo e per segno quanto già avevamo riferito a Maccioni.
“Una storia strana” bisbigliò Efis
“A chi lo dici? E’ da due giorni che mi alambicco il cervello su questa caso: è uno scherzo o è un dramma?”.

Segue 10 – accavallò le gambe, facendo intravedere …


Stranamente, le brutte nuove della giornata appena trascorsa non mi tolsero l’appetito. Strano davvero perché nei momenti di tensione non sono mai riuscito a introdurre nello stomaco alcunché: da studente nei giorni d’esame riuscivo a malapena a ingollare un caffè, anche un semplice pasticcino avrebbe provocato una grande confusione nel mio stomaco. Invece questa volta chiesi a Franco che mi fosse serviti dadolata di tonno crudo con carciofi, spaghetti con riccio di mare, tagliata di tonno con puntarelle e una mezza di Puisteris, un semidano di Mogoro doc superiore, giallo paglierino carico e dal profumo intenso e fruttato, il suo gusto secco morbido e persistente mi aveva conquistato: con il pesce o con i conchigliacei non riuscivo a tradirlo con nessun altro. Giorgio e Tania invece furono molto più parchi: chiesero antipasto di terra e tagliata di filetto alla drappo profumata al mirto e, dulcis in fundo, pecorino al forno con miele di corbezzolo. Mio fratello, ottimo conoscitore di vini, consigliò alla mia ex cognata un cannonau di Sardegna doc realizzato con uve cannonau 100% invecchiate per 8 mesi in barrique: un rosso rubino secco e corposo ideale con gli arrosti di carni e selvaggina.
Assaggiai un po’ di tutto, il mio ventre però, c’era da aspettarselo, cominciò a maledirmi. Tania e Giorgio spiluccarono, si vedeva che la situazione in cui li avevo ficcati li metteva a disagio. Parlammo di Gaia, decidemmo di sentire, così come aveva già due volte suggerito Giorgio, il maresciallo Maccioni. Pagai il conto, ci alzammo da tavola più confusi di prima. Per non lasciarla sola, accompagnammo Tania sino alla soglia della porta di casa.
“Cosa dico ai miei genitori”
“per ora nulla: decideremo quando avremo sentito l’ispettore. Ci vediamo domani mattina verso le otto di fronte alla stazione dei carabinieri”. Giorgio non annui, evidentemente lui in caserma ci sarebbe voluto andare subito.
“Non so, ma a me sembra che si stia perdendo tempo”
“E se fosse un scherzo?”
“Sarebbe uno scherzo del cazzo” sibilò Giorgio.
Decisi di non tornare a Cagliari e di dormire a Mogoro.
Prima di sdraiarmi sul divano del salotto mi avviai barcollando nel bagno del piano superiore. Fra un risciacquo e l’altro mi guardai allo specchio: il semidano, l’unica cosa che ero riuscito a ingollare interamente durante la cena, stava dando i suoi frutti: le immagini riflesse non disegnavano il Marco di sempre, ma piuttosto un coacervo di colori, tinte, gradazioni degne di una quadro di Monet, il viso però sembrava volersi distorcere sino a sembrare l’orrendo urlo di Munch. Il quello specchio vidi la deflagrazione della mia psiche, lo spirito stanco e disperato di chi sta per soccombere e sta per urlare al mondo la sua sofferenza. Un urlo sordo e disperato che non poteva essere ascoltato da nessuno: la calma che sino allora avevo mostrato era solo apparente.

ro Segue 9 – accavallò le gambe, facendo intravedere …

Salutai Paolo con un sorriso e con la promessa che ci saremo rivisti davanti un buon cannonau e un langu di agnello arrosto. “ Mi piacerebbe rincontrare tutte le persone che mi sono state compagne di ventura in istanti diversi della vita” meditai, pur avendo sperimentato che gli incontri sono solo il frutto del caso. Quando riuscii a districarmi dal labirinto disegnato dai lentischi, scorsi l’auto, così affrettai il passo, mentre Giorgio ansante mi ragguagliava sulla sua nuova vigna sperimentale. Stavo per mettere in moto quando il cellulare suonò. Odio i telefonini: spezzano le mie fantasticherie e, più di ogni altra cosa, dopo la conversazione non riesco a ristrutturare i concetti che la scudisciata sonora ha frantumato. Guardai il display giurandomi di non rispondere, invece anche quella volta passai il pollice sul pulsantino verde. Dall’altra parte dell’etere c’era Tania. “Incontriamoci subito vicino alla porta secondaria della cantina sociale. Ti aspetto. Sono già qui”. Il cuore si tuffò nel cervello: non riuscivo a immaginare il perché di quell’improvviso mutamento di programma. Giunsi al luogo dell’appuntamento in un baleno, quando Giorgio stava già cominciando a maledire di essere in auto con me. Frenai di botto solo quando vidi la sorella di Gaia venirmi incontro in lacrime.
“Gaia potrebbe è nelle mani dei Lucifer, una setta satanica ” disse senza darmi il tempo di chiedere alcunché.
“Sei impazzita?”
“Lascia stare questa è fuori di testa”, aggiunse Giorgio.
“Come l’hai saputo, chi te l’ha detto?”
“Una telefonata anonima, la stessa voce mi ha anche suggerito di dirti di non cercarla più, se non vuoi avere guai”.
“Null’altro?”
“Null’altro”
Mi sembrò davvero assurdo che io fossi invischiato in una storia come questa: incontro per caso Gaia dopo cinque anni e nel giro di un giorno la riperdo ancora senza sapere perché. Tormentato, volsi lo sguardo verso il rio Mogoro proprio quando due carrogas beccias si posavano sul parapetto del vecchio ponte e mentre due anatre cominciavano a starnazzare briose in un carropu, l’ultima pozzanghera di un’estate che ogni giorno di più bruciava le già secchissime pianure del Campidano. Sulle sponde di quel rio, non lontano dal campo di bietole coltivato da tziu Nassiu Frori, avevo amato Gaia.
Furtivi ed emozionati c’eravamo infilati in un cespuglio cavo. Cominciammo a baciarci e ad accarezzarci quasi subito, distesi sul giaciglio di cartone ricavato da due grosse scatole che avevamo trovato vicino al corso d’acqua, con i sensi in tumulto, silenziosi, avidi, desiderosi di dare e di ricevere. Le mie mani s’insinuavano dentro la sua camicetta e s’incuneavano nei jeans aderentissimi senza nemmeno attendere che lei aprisse la cerniera. Gaia con me applicava lo stesso progetto: liberare l’essenziale. Tutti e due intuivamo che non sarebbe stato opportuno svestirci del tutto: la paura di essere sorpresi ci metteva in apprensione ma nello stesso tempo ci accendeva. Perdemmo il senso del tempo. Il sole stava cominciando a eclissarsi quando imboccammo il sentiero che conduce alla tanca di tziu Brannadiu Arrù: né io né lei avevamo un’auto in quel tempo, così tornavamo a casa a piedi assaporando le dolcissime more e le aspre prugne selvatiche di “Su Jossu”.
La voce di Tania mi svegliò dal torpore.
“Che cosa facciamo?”
Giorgio suggerì di raccontare tutto al maresciallo Maccioni. Decisi di andare a cenare da Franco: volevo prendere tempo, volevo ragionare, soprattutto tentare di capire. Tania venne con noi.

Segue 8 – accavallo’ le gambe, facendo intravedere …

Giorgio mi chiese di apparecchiare, mentre mettevo sulla tavola il necessario, compreso una bottiglia di ottimo freschissimo semidano di Mogoro, lui preparò un’insalata a base di pomodori e mattuzzu, uno spettacolo condito con olio prodotto con le olive coltivate nelle colline di monte Cabras, a Villacidro (“Giorgio non ti fai mancare proprio nulla”). Ci sedemmo, parlammo del più e del meno, di affari e di donne, in particolare.
“Ha rivisto Gaia, perché?”
Gli raccontai il mio incontro casuale per filo e per segno. Compresa la micro gonna, la lunghezza delle gambe, il bel seno, l’atteggiamento del cameriere e le certezze di Concetta.
“Casuale? ne sei certo?”
“Vado raramente al bar Torino”
“Forse lei ti ha seguito, quando ti ha visto indifeso ha colpito”
“Non so, fatto sta che adesso sono seriamente preoccupato per lei”
“Vai dal maresciallo Maccioni, raccontagli tutto”
“Cosa gli racconto? Comunque prima voglio sentire Tania”.
Giorgio, mi vide in imbarazzo, così cambiò argomento.
“Vuoi vedere il nuraghe di Cuccurada? È uno spettacolo”
“Me ne hanno parlato bene, voglio vederlo, ma non ora: troppo caldo. Verso le sei, ti va bene?”
“Va bene anche a me”
Ci assopimmo nelle poltrone del salotto, il fresco ci aiuto’ a smaltire il semidano e a risveglio a farci sentire riposati.
La visita al Nuraghe di Cuccurada fu elettrizzante. Il complesso, davvero possente, include le spettacolari torri di un nuraghe complesso polilobato incardinato su un primitivo edificio a corridoio. “Quando frequentavo la prima media, venivo qua con un compagno di scuola, riuscimmo a individuare un’entrata nella parte sud di quella che allora sembrava solo una semplice collina sormontata da alcuni massi: trovammo due fusi e qualche coccio” rivelai con entusiasmo a Giorgio mentre scrutavo dall’alto tutto il territorio circostante.
“Guarda, si vede il riflesso del mare”, proferì Giorgio mostrandomi con l’indice le coste del sud-ovest della Sardegna. Dall’altura si poteva ammirare uno spettacolo superbo: a sud il massiccio del Linas, a nord Monte Arci, sotto la pianura del Campidano e tutt’intorno al giallo luminoso dei campi mietuti di recente, la muraglia di contenimento del rio Mogoro. Dopo aver visitato ogni angolo, anche il più recondito, ci mettemmo in cammino sulla via del ritorno. Avevamo lasciato la mia auto nei pressi della prima curva a scendere di Arroja Lacus, ma prima di scorgerla incontrammo Paolo Bachis mentre si accingeva a portare a “jossu” il suo gregge. Di primo acchito non riconobbi il mio ex compagno di scuola delle elementari ed ex ottima mezzala nei “pulcini” della Freccia.
Il suo “buffasa?” mi colse di sorpresa.
“Immou non buffu”, dissi sorridendogli, ma senza averlo riconosciuto.
“Mancai ‘ndì ollasta non c’indei”, replicò visibilmente divertito. Solo allora riconobbi il suo sorriso. Meno male che non aveva “biu”, non sarei riuscito a ingollare a quell’ora l’ottimo cannonau prodotto nel suo “magasiu”. Ne avevo bevuto bacili in gioventù: sbronze epocali che dettero l’input a Paolo Putzu, un altro mio grande amico, per soprannominarmi “Vernaccia”, un appellativo che qualche amico “fidato” usa ancora.
“Ciao Paolo, come mai appresso alle pecore?”
“Cosa dovrei fare, da quando hanno chiuso le fabbriche di Ottana mi arrangio con queste: la famiglia la devo allevare”.
Il mio amico pastore aveva studiato: si era diplomato con ottimi voti all’ITI di Cagliari: si sarebbe anche iscritto all’università se non avesse trovato impiego nella zona industriale del centro Sardegna. “Pitticca sa frigadura, ma nessuno avrebbe potuto prevedere tutto questo scempio. Ita ‘ndi narasa”. Annuii … Segue

Segue 7 – accavallo’ le gambe, lasciando intravedere …

La notizia era senz’altro curiosa: ero stato spesse volte nel paese di Giuseppe Dessì ma nessuno mi aveva mai parlato di messe nere: di cogas, di San Sisinnio e di bruscias sì, ma mai degli adoratori del diavolo. Inseguito da questi pensieri salii sull’auto che avevo parcheggiato nel vecchio porto. Mi diressi verso Mogoro. Attraversai la città in un baleno. Imboccai la 131, sintonizzai la radio su canale che trasmette perennemente buona musica. Giunto in prossimità del bivio, un attimo più avanti della cantina sociale il Nuraghe svoltai, percorsi le curve di Arroja Lacus, giunsi in paese verso le 11:00. Sorrisi compiaciuto: tornavo sempre volentieri nel mio paese natale, del resto lì vivono due dei miei sei fratelli. Mi fermai nel bar di Zia Lidia, sperando, invano, di incontrare qualche amico del tempo che fu. Sorseggiai un Campari, sorbii un caffè, mi trattenni a osservare le foto di vecchie squadre locali appese al muro, con una certa sorpresa scoprii che fra quelle anticaglie c’era anche la foto della Freccia Mogoro, la squadra che vinse il campionato 1974-1975 e che in quelle giovani facce felici c’era anche la mia: indossavo la maglia numero 1. “Quante papere ho fatto” dissi sorridendo alla giovane barista indicandole la foto. Lei mi degno solo di uno sguardo. Un po’ deluso, feci a piedi tutta la via Gramsci fino a Piazza Sant’Antioco. L’ufficio di Bernardino era cento metri più avanti delle scuole elementari. Lui c’era, bussai, aspettai il permesso.
“Ave Maria”
“Grazia plena”
Salutai come gli anziani mogoresi salutavano le mogli quando tornavano dopo una giornata di fatica in campagna. Bernardino mi aveva risposto senza pensarci, era stato il modo di salutare anche di suo padre, ateo, peraltro, di vocazione.
“Ma tu guarda, cosa ci fai qui?”
“Ho qualche curiosità da soddisfare”
“Dai andiamo a prendere qualcosa al bar”
“Ma offro io”
“Questo lo vedremo”.
Attraversammo la strada, entrammo nel bar di Crallus.
“Una vernaccia” ordinò il mio amico,
“Una bicicletta” ribattei.
Ridemmo, il giovane barista, forse il figlio del mitico padrone mi sembrava imbranato. E infatti ci mise una decina di minuti a servirci, il tempo necessario, comunque, per rendere edotto Bernardino di quanto stava accadendo.
“Gaia a Mogoro non c’è: proprio ieri ho chiesto di lei alla sorella, a Tania. Te la ricordi?”
“Certo, come sta?”
“Bene”
“Secondo te, Tania accetterebbe di parlarmi”
“Sì, mi parla spesso di te”
“Procurami un appuntamento, non ti nascondo che sono preoccupato”.
Pagò, ovviamente, Bernardino.
“Ti chiamo così ti faccio sapere”.
“Aspetto la telefonata a casa di mio fratello”.
M’incamminai verso la parrocchiale, la mia casa paterna era proprio di fronte alla piazza di chiesa. Suonai il campanello, entrai senza aspettare risposta: trovai Giorgio e Luca intenti a fare calcoli.
“Ciao”
“Cosa ci fai qui” chiese Giorgio, la stessa curiosità la leggevo anche negli occhi di Luca, il piu’ piccolo dei miei fratelli, del resto era davvero da tanto tempo che non mettevo piede in quella che era stata la dimora dei miei genitori. Spiegai tutto anche a loro. E anche loro confermarono la versione di Bernardino.
Mi sdraiai sul divano, mi assopii. Mi svegliò lo squillo del cellulare.
“Ciao, sono Tania, possiamo vederci stanotte verso le 21:00?”
“Va bene all’Airone, così mangiamo assieme qualcosa da Franco”.
“A stasera”. Era ormai scoccato mezzogiorno, Giorgio si mise a giostrare fra i fornelli: la notte prima era stato a Pistis a pescare con Mario, un nostro cugino.”Va bene un trancio di tonno rosso alla griglia”. Sorrisi. Feci il giro di tutte le stanze della casa, per trovare in ognuna di esse un ricordo della mia felice infanzia o dei miei genitori. Mi soffermai, come sempre, in salotto, ancora una volta incuriosito dalla collezione di libri che era appartenuta, ne era gelosissimo, a mio padre.

Segue 6 Accavallo’ le gambe, lasciando intravedere …

Concetta aveva senza dubbio ragione. Prima di andarmene la salutai con affetto.
“c’è qualcosa che non va, vero?” chiese preoccupata.
“Non lo so, forse lei può aiutarmi”
La portinaia mi guardò negli occhi: era curiosa ma non si sentiva sicura, prima di rispondere a una qualunque delle mie domande voleva capire a cosa miravo.
“Non voglio immischiarmi nelle faccende della signorina: mi dica però cosa le interessa”
“Gaia ha un nuovo fidanzato?”
“Che io sappia no: stava con uno, ma poi lei l’ha mollato”
“Ora, dunque, non frequenta nessuno”
“Secondo me, ha amato solo lei”
“Ne dubito”
“Ne sono certa”
“Se così fosse stato, mi avrebbe cercato prima e non cinque anni dopo”
“Avrebbe voluto, ma mi spiegò con rammarico che lei era impegnato con altre, ormai”
“Ora non si fa trovare”
“Si ricorda di Bernardino?, perché non prova a chiedere a lui, la signorina molto spesso torna a Mogoro dai genitori”
“Grazie per il consiglio”.
Ci avevo già pensato, ma voleva dare a Concetta la soddisfazione di avermi dato una dritta.
Con Bernardino ero stato molto amico, ma il lavoro mi aveva allontanato da lui. Non avevo il suo numero di telefono, per sapere di Gaia sarei dovuto andare a Mogoro. Chiamai il giornale per liberarsi dagli impegni di lavoro “oggi non sto bene”, farfugliai al collega di turno all’alba.
Prima di mettermi in auto feci colazione nel bar Torino, lo stesso dove incontrai Gaia. Forse il cameriere che ci aveva servito il giorno prima l’aveva vista di nuovo.
“Buongiorno, un caffè, grazie”
“Glielo porto subito, oggi è solo?”
“Si, non è che ha visto quella ragazza che ha preso un drink con me ieri pomeriggio?”
“No”
“Ne è certo?”
“Una ragazza così non si dimentica”.
Il cameriere mi lasciò, tornò un minuto dopo con quanto avevo ordinato. Sorbii la bevanda osservando i pendolari che aspettavano impazienti il verde del semaforo all’incrocio di Piazza Matteotti. Il cielo era terso, il rumore del traffico mi teneva compagnia e nello stesso tempo mi isolava dal mondo permettendomi di ragionare. Salutai il cameriere, mi diressi verso l’edicola per comprare il solito quotidiano locale, fra le tiritere della politica mi colpì il pezzo di spalla: I simboli di una setta satanica nel corpo della donna uccisa Villacidro. Scorsi velocemente il pezzo fino a trovare il nome della poveretta, mi sembrava di avere un presentimento, mi rilassai quando lessi che la vittima era Marilena Usala, una ventottenne nata e vissuta nel paese dei cedri.

SEGUE 5 – Accavallò le gambe, lasciando intravedere …

4 luglio 2013

La telefonata che attendevo arrivò all’alba, la sveglia indicava le cinque del mattino. “Al tempo delle ciliegie di San Giuseppe i fiori del male appariranno”, singhiozzò una voce di donna. “Con chi parlo?” domandai come un automa, per tutta risposta cadde la comunicazione, non udii alcun clic, probabilmente chi mi aveva svegliato, aveva utilizzato un cellulare. Dal tono della voce, dall’affanno, dall’ansia racchiusa in quella breve comunicazione, compresi che la ragazza doveva aver fretta: di sicuro l’accento non poteva essere quello di Gaia. Capii subito che si trattava di un messaggio in codice molto probabilmente legato alla sorte della mia ex compagna. Avevo un brutto presentimento “ma forse ingigantisco le cose”, pensai. Quando flirtavo con lei, dimorava in un palazzo di viale Merello, quasi di fronte agli uffici dell’Azienda Foreste Demaniali, non lontano dall’edicola di Piazza d’Armi: Aveva scelto quella zona perché la facoltà di giurisprudenza, dove lei si era laureata, era a due passi e perché “questi due alberi in estate mi permettono di non accendere l’impianto dell’aria condizionata: un bel risparmio, no?”, mi sembrava di udire la sua voce, di vedere il suo sorriso mentre pronunciava una frase per lei diventata rito. Avevo goduto anch’io, insieme con lei, di quell’ombra. Risiedeva ancora lì? Provai a fare uno squillo, al fisso non rispondeva nessuno. E neppure al cellulare. Non mi restava che andare a casa sua: desideravo capire se la telefonata che ricevetti quella mattina avesse un nesso con la precipitosa fuga dal Poetto. Corsi giù dalle scale con il cuore in gola, salii in auto, percorsi per intero via Generale Cagna e una volta giunto di fronte allo stadio Amsicora svoltai destra per imboccare via Pessina, mi fermai in piazza Repubblica per comprare le sigarette e prendere l’Unione Sarda e La Repubblica, le solite due battute con il tabaccaio sulla campagna acquisti di Cagliari e Juventus e le ultime notizie sull’arresto di Massimo Cellino, il patron della squadra sarda, accusato di aver costruito abusivamente Is Arenas, lo stadio di Quartu. Avevo, però fretta, non approfondii l’argomento come altre volte, risalii sulla mia Mercedes e mi tuffai nel fitto traffico di Cagliari poi, finalmente, m’infilai in viale Merello, parcheggiai in viale Fra Ignazio, per proseguire a piedi passando da Buoncammino sino al condominio che presumevo ancora di Gaia. “Buongiorno signora Concetta, Gaia abita ancora qui?” chiesi alla portiera, “sono due giorni che non la vedo” rispose rivolgendomi a sua volta una domanda: “Lei come sta? Non pensavo che incontrasse ancora la signorina” disse fingendo disinteresse per la risposta che le avrei dato. “Ci siamo visti ieri al Poetto: erano cinque anni che c’eravamo persi di vista”, risposi. “Come facciamo a sapere se è in casa” affermai. “Sono sicura che non ci sia: me l’ha detto la donna delle pulizie”. Pregai Concetta di farmi visitare l’appartamento. Era recalcitrante, ma la mia evidente preoccupazione la convinse. L’appartamento era all’ultimo piano, salimmo con ascensore, una volta raggiunto il pianerottolo Concetta estrasse dal grembiule un pass par tout. Entrammo, feci il giro delle stanze con la portinaia sempre a fianco: non c’era alcun disordine, la donna delle pulizie aveva fatto un bel lavoro. Mi affacciai dal terrazzo verso viale Merello.Tornai indietro aprii i cassetti del comò dove Gaia conservava i documenti più importati. La signora Concetta mi bloccò “no questo no, non è giusto” … SEGUE

SEGUE 4 – Accavallò le gambe, lasciando intravedere …

03 luglio 2013

Saltai il muro salva flutti del porticciolo e imboccai senza alcuna premura il sentiero che mi avrebbe guidato verso le calette. Le ombre lunghe della sera avevano rinfrescato l’aria ma, benché intirizzito, una volta raggiunto il primo dei piccoli arenili che coronano il promontorio, decisi di distendermi su un fianco sopra uno scoglio piatto orientando lo sguardo verso il mare, per osservare i gabbiani intenti a sfruttare le correnti ascensionali e per accompagnare con gli occhi il volo dei fenicotteri rosa che si avviavano verso le saline Conti-Vecchi. Mi adeguai presto all’insolito silenzio: coglievo solo il suono delle onde e lo strofinio dei ciottoli strascicati su e giù dall’andirivieni del mare sulla battigia. Ero preoccupato per Gaia: perché mi aveva chiesto con ostinazione di non mancare all’appuntamento per poi abbandonarmi senza tante spiegazioni? Non ne avevo la pallida idea. Abbassai le palpebre, mi rilassai per qualche minuto. Ero ancora innamorato. Mi alzai, feci il percorso all’inverso, tornai a casa, assaggiai qualcosa, accesi la televisione, portai il telefono sul divano.

SEGUE 3 – Accavallò le gambe, lasciando intravedere …

01 luglio 2013

Che cosa può essere successo? Non avevo mai visto Gaia così inquieta. Il sole era ormai in fase calante, decisi fare una passeggiata sino a Marina Piccola. Aprii il cofano della macchina, ne trassi la sacca con i capi sportivi, in estate li portavo sempre con me, chiesi al proprietario del chiosco di potermi cambiare. In un attimo ero pronto per quattro passi in solitaria. Non era quanto avevo immaginato: avevo sperato di completare la giornata tra le braccia di Gaia, baciarla, carezzarla, accoccolarmi vicino a lei? Più che un sogno era un déjà vu, una reminiscenza del passato quando, ancora giovanissimi, abitavamo a Mogoro e ci isolavamo nel “vecchio castello”: una vecchissima casa che avevamo preso in affitto per stare soli. Il nostro talamo era una vecchia stuoia, ci coprivamo con lenzuolo che aveva “preso in prestito” dal suo armadio e una vecchia coperta appartenuta a mia nonna. In inverno soffrivamo il freddo, in estate il caldo era soffocante. La luce doveva restare sempre spenta, per non far trapelare la nostra presenza: nella nostra reggia ci amavamo ascoltando i Genesis e Pink Floid. Quanto tempo era passato da allora? Un secolo o un giorno? Più mi avvicinavo a Marina Piccola, più nella mia mente le immagini scorrevano veloci, indugiando in particolari dolorosi. Come quella volta che, giovane portiere del Mogoro, giocai ad Ales e un ex nelle gradinate le ronzava attorno: lui sorrideva, lei allegra parlava fitto fitto. Cercai di non abbattermi per concentrarmi su una partita che valeva un campionato: parai un rigore, respinsi un tiro da distanza ravvicinata, presi un gol imparabile, vincemmo 4-1, ma non ero felice. “Cosa ti diceva Michele sugli spalti?” la aggredii non appena la incrociai dopo la doccia. “Doveva incontrare un amico così, sapendo che per nulla al mondo mi sarei persa questa partita è venuto a salutarmi. Carino no?”. Quel “carino no?” mi fece più male di una sferzata in pieno viso. Anche a ripensarci, il mio cuore tornava percuotere, urtare nel petto come in quella tiepida serata di maggio. Non la presi per mano come il solito, non porsi la guancia per un bacio. A muso duro, salii nel furgone che ci avrebbe riportato a casa, Gaia si mise al fianco in silenzio, sapeva che mi stavo trattenendo, temeva una sfuriata. I miei compagni di squadra cantavano gioiosi, tentavo di imitarli, ma non ero per nulla raggiante: il tarlo della gelosia mi tormentava, mi bucava il cervello, non avevo più alcun vigore nelle braccia e le gambe erano diventate molli. Il silenzio discreto e il giallo oro delle spighe delle colline della Marmilla contrastava con le pulsioni rabbiose della mia anima. Finalmente, furente come allora, giunsi a Marina Piccola. Mi attardai un attimo al molo osservando senza molto interesse alcune barche. Decisi di andare oltre sino alla Sella del Diavolo …

SEGUE – Accavallò le gambe, lasciando intravedere

29 giugno 2013

Si rialzò con un balzo, il decolté pareva quasi non riuscire a contenere il bel seno. “Bene ci vediamo”, disse senza voltarsi. Era sicura che al Moro, il chioschetto del Poetto, non sarei mancato per tutto l’oro del mondo. La odiavo: mi sarebbe piaciuto avere il coraggio di resistere alla tentazione, ma non osteggiai la smania di rivederla. Giunsi all’appuntamento con un po’ d’anticipo. Gaia, come sempre, si fece attendere: le lancette del suo orologio non coincidevano mai con quelle del mio. Non mi rimaneva che aspettare, così cominciai a osservare il mare e il ritmo delle sue pulsazioni. Giunse mezzora dopo, quando avevo già pagato le consumazioni e impugnato le chiavi dell’auto, “tanto non viene più” pensai. Invece la vidi corrermi incontro, “perdonami, perdonami” frignò guardandomi dritto negli occhi “non succederà più”. Si accomodò per un attimo su un vecchio sdraio con il viso rivolto verso il mare, appoggiò sul naso un paio di occhiali scuri, ma proprio mentre sembrava volersi rilassare, come colta da un improvviso raptus, corrugò la fronte, sollevò gli occhi al cielo, “dio buono dove l’ho messa” sussurrò frugando dissennatamente nella borsa senza cavarne alcunché. Si drizzò, corse verso il barman e chiese di poter telefonare. Afferrò la cornetta di un vecchio telefono, cliccò nervosamente sui tasti, dall’altra parte qualcuno rispose. Non doveva essere una conversazione piacevole. Gaia riattaccò di colpo. “Devo andare” disse senza voltarsi. Cos’è successo, le chiesi tentando di afferrarla per un braccio. Si divincolò “smettila, lasciami: non è il momento di spiegazioni. Forse ti chiamerò”. SEGUE …

Addio Alessio Dal Padullo, caro compagno di scuola

28 giugno 2013

Ho saputo della morte di Alessio Dal Padullo, mio ex compagno di classe al Liceo Scientifico Michelangelo, leggendo un articolo dell’Unione Sarda: era un commerciante, non ha retto al peso della crisi. Non lo vedevo dal giugno del 1973, anno della mia maturità, quaranta anni fa. Spesse volte, benché non possa dire di essere stato un suo amico, avevo chiesto di lui. Perché era un tipo simpatico, molto di “cricca”. Rammento, soprattutto, la sua passione per le moto. In prima liceo i suoi amici “fidati” sono stati (?) Loi, Andrea Gorini e Massimo Pedota, anche lui scomparso, a 18 anni, in circostanze drammatiche. Quando Alessio compì 18 anni (o 16?) (aveva un anno in più di me), il padre gli regalò una Ducati Scambler, una moto adatta ad affrontare percorsi sterrati ma poco idonea alla corsa veloce: il serbatoio era giallo (come quello della foto), una moto bellissima. Gli piaceva correre e aveva subito imparato a “impennare”. Si lanciava in corse “matte”, del resto a quell’età tutti pensavamo, di essere invulnerabili. Soprattutto, amava “sfidare”. E da qui la sua ultima (?) avventura sulle due ruote: in una “sfida” in viale Europa (Monte Urpinu) affrontò un tratto non rettilineo con troppa foga (e forse con poca tecnica), così andò a sbattere “dritto dritto” (parole testuali) sul guardrail di sinistra. Per fortuna, lo scambler s’impennò facendogli superare con la ruota anteriore l’ostacolo quanto bastava per salvargli la vita: la Ducati, con lui saldo in sella, rimase incastrata fra un albero e una roccia, oltre c’era una scarpata di almeno 50 metri. La moto divenne rottame, lui si fratturò una gamba. “Meglio” disse ridendo e schernendosi una volta tornato in classe (mi sembra fosse mancato per più di un mese) “così, finalmente, mi metto a studiare”. E, in effetti, riuscì a non perdere l’anno. Ho qualche flashback anche per certe scenette con Marisa Vassena, un’ottima professoressa di filosofia che dava del lei a tutti gli alunni. “Signor Dal Padullo oggi voglio interrogarla”, lui ripeteva sempre la stessa scenetta: prima cercava una scusa, poi si portava il libro appresso, lo incastrava nella cattedra e quando la prof gli faceva la domanda, calmo sfogliava il libro e cominciava a leggere. Incredibile, lei non si accorgeva di nulla “signor Dal Padullo ha studiato”. Scriveva abbastanza bene in italiano, sapeva di storia. Come quasi tutti, però, aveva seri problemi con la matematica e con il latino. Tuttavia, in un modo o nell’altro, la sfangava. Credo che i suoi antenati provenissero dalla Russia. Non sono voluto andare al suo funerale: preferisco ricordarlo all’uscita di scuola con la sua moto, sorridente (“oggi vela”, disse). Ciao Alessio, che la terra ti sia lieve.

Accavallò le gambe, lasciando intravedere …

25 giugno 2013

“Ciao Marco, come ti gira” domandò porgendomi la mano. Sorrisi, ma mi avvicinai con una certa cautela: l’ultima volta che c’eravamo intersecati, era passato un lustro, le cose non andarono per il verso giusto: troppi galli stavano assaltando il suo pollaio senza che lei si tutelasse con l’energia che mi sarei atteso. E uno dei galletti, mi parve, riuscì a fermarsi all’interno della recinzione un po’ troppo, di sicuro più di quanto in quel tempo potessi sopportare. “Non sei cambiata” articolai mentendo: cinque anni in più l’aveva resa incredibilmente donna. Si sedette accavallando le gambe e lasciando scorgere, ma per un solo l’attimo, il tratto di pelle che dall’elastico delle autoreggenti raggiunge il perizoma nero: mi stava provocando. Il pomeriggio torrido non mi aiutava, il cameriere del bar Torino soccorse involontariamente il mio disagio, “cosa posso offrirvi?” chiese volgendo lo sguardo sull’intimo lasciato scorgere dalla micro gonna di Gaia. “Un Campari”, ordinò senza impacci. “Uno anche per me, con una fetta di limone. Grazie”, replicai. Il cameriere si accomiatò scaraventandomi addosso un non richiesto sorriso d’intesa. “Hai qualche programma per questo pomeriggio” mi chiese Gaia frullando le ciglia, “sono arrivata a Cagliari da qualche ora e già mi annoio”. “Non mi aspettavo questo invito, visti i trascorsi”, replicai farfugliando: non desideravo restare solo con lei. Già sapevo come sarebbe andata a finire, non volevo tornare a essere solo un toy boy da strapazzo. Oltretutto sapevo che poi avrei sofferto per il suo nuovo, certo, abbandono. Lei capì le mie perplessità, mi accarezzò con lo sguardo, mi sorrise. Il cameriere servì i Campari. “Ci vediamo al Poetto, stanotte, al solito posto” disse Gaia dopo aver sorseggiato. Replicai con l’unica parola che odio “ok” SEGUE

Graziano Mesina venditore di droga? Muore la leggenda del bandito buono

24 giugno 2013

In Sardegna, la storia di Graziano Mesina la conoscono tutti. Si pensava che il bandito di Orgosolo fosse, in buona sostanza, solo una vittima del sistema delle faide molto comune nella nostra isola, in particolare in Barbagia. Sarà necessario aspettare una sentenza definitiva per condannare per sempre l’ex ergastolano, ma la sua immagine sarà per sempre “sporcata” se davvero è stato a capo di una gang di venditori di droga. I sardi possono perdonare un tentativo di omicidio, ma non chi vuol ammazzare i suoi figli con una qualche polvere bianca. Mesina, una volta uscito dal carcere, perché graziato da Ciampi, era diventato l’icona di un banditismo antico, “leggendario”, di un banditismo che non c’è più. Proprio con questa speranza l’ho intervistato il 12 novembre del 2009, quando si pensava che l’ex ergastolano potesse partecipare alla “Isola dei Famosi”.

Ecco il pezzo

Mesina: “L’Isola dei Famosi non mi spaventa, aspetto solo il contratto della Rai”

di Paolo Salvatore Orrù

“Quando la Rai mi farà pervenire un contratto, semmai lo farà, prenderò una decisione. Ma per ora non ci sono novità”. Graziano Mesina, l’ex primula rossa del banditismo sardo, è pronto a indossare la bandana da pirata, non gli dispiacerebbe sbarcare sull’Isola dei Famosi: “Sono sopravvissuto a condizioni ambientali e psicologiche ben più impegnative di un reality show. Perché dovrei preoccuparmi di un’avventura televisiva in un’isola del Nicaragua?”. Mesina non si è posto minimamente il problema dell’età: “Mi sento bene, è un gioco e credo che il mio fisico sia in grado di affrontare qualunque intemperie: ho passato da un bel pezzo i sessanta, ma non mi sento ancora vecchio”, spiega a Tiscali.

L’ex latitante sardo, conosciuto non solo per le numerose evasioni (15, di cui 9 riuscite), ma anche per il suo ruolo di mediatore nel sequestro del piccolo Farouk Kassam, ha vissuto per molti anni alla macchia. In definitiva, conosce bene l’arte di arrangiarsi e, senza dubbio, in questo campo può essere considerato un vero maestro: “Mi basterà fare solo un po’ del mio meglio e il gioco è fatto”, commenta ancora l’ex ergastolano. Grazianeddu – ad Orgosolo, nonostante abbia superato la soglia dei sessantasette anni lo chiamano ancora così – non si preoccupa di sapere chi potrebbero essere i suoi eventuali avversari-compagni di spiaggia: “Non immagino nemmeno chi naufragherà sull’Isola. Ma perché mi dovrei preoccupare di loro? Mi sono battuto in ben altri scenari. Anzi, con la mia esperienza, potrei essere utile anche alla loro causa”.

Mesina è pronto, i bagagli sono già sulla soglia di casa, ma la sua partecipazione all’Isola dei Famosi – l’inizio dell’avventura mediatica è prevista per il 13 gennaio 2010 (si fanno però sempre più incalzanti voci di un possibile slittamento a febbraio-marzo) – è messa in forse da una messe di perbenisti. Che – come ha scritto nel blog lisoladeifamosi2007.blogspot.com Simona Ventura – non tiene conto che l’orgolese “è ora uomo totalmente libero dopo aver scontato la pena, ridotta per buona condotta per l’intervento – la grazia – del Capo dello Stato”. In particolare, Mesina si deve guardare da un deputato della maggioranza che ha trovato il tempo per produrre una interrogazione parlamentare sul perché sia stato contattato dalla tv pubblica “un ex ergastolano famoso per i sequestri di persona”. “Perché tutto questo trambusto per un uomo che se ha fatto i suoi sbagli alla fine li ha pagati ed è ora un uomo libero?” , si è chiesta ancora la Ventura.

Mesina, 40 anni di carcere e cinque di latitanza – ha subito il primo arresto nel 1956 all’età di 14 anni per porto d’armi abusivo – ormai non si scompone più per così poco. Quisquiglie, il suo problema vero è il contratto: “Non sono ricco quei soldi mi farebbero comodo”. L’ex re del Supramonte non vive certo nell’oro, ma una volta uscito di cella è riuscito a reinserirsi nella società civile indossando i panni di guida turistica: conduce gli escursionisti che glielo chiedono nelle zone più impervie della Barbagia, il selvaggio teatro della sua tragica gioventù, fatta di feroci conflitti a fuoco con le forze dell’ordine e di fughe rocambolesche. Insieme ad altri due soci, per non stare con le mani in mano, ha anche aperto un’agenzia di viaggi a Roncaglia (Padova): “Ma non guadagniamo tanto, quasi non riusciamo a pagare gli impiegati”, spiega il neo imprenditore.

All’ex inquilino di Porto Azzurro (Isola d’Elba) è inutile chiedere chi alla Rai ha speso personalmente una parola buona per lui: “Non si dice”. Inutile insistere, Grazianeddu ha deciso di non far trapelare altro

Si combatterà per l’acqua, l’Italia affronterà flussi di migrazione biblici

21 giugno 2013

Per gli analisti, nel XXI secolo le battaglie più cruente saranno combattute per l’acqua. Gli eserciti potrebbero fronteggiarsi, il rischio coinvolge miliardi di persone, dove i bacini – laghi e fiumi – sono condivisi tra più Paesi. Attualmente, l’Europa non sembra direttamente interessata allo schieramento di forze armate per salvaguardare l’“oro blu”. L’Italia, lo ha dimostrato la storia di questi ultimi anni, potrebbe però dover affrontare il problema delle migrazioni …

Archivio Disarmo: si combatterà per l’acqua, l’Italia affronterà flussi di migrazione biblici

Patria, paddela, scoddela, con un’elle solla? Meno male che Balotelli c’è

20 giugno 2013

Michela Murgia ha scritto sull’Unione Sarda a proposito di jus soli, jus sanguinis e le radici di un uomo, accogliendo la soluzione della disegnatrice basca di gioielli Ainhoa “le mie radici sono nel futuro”: ma che risposta è? La possiamo dare a chi è nato, per esempio, a Iglesias (Sardegna) da genitori ghanesi e non può andare a scuola perché considerato straniero anche se pronuncia paddela, scoddela, con un’elle solla? Meno male che Balotelli è già italiano. Dottor Muroni, ci ridia sua eminenza Francesco Abate.

Intanto, il Pdl fa quadrato per difendere l’assediato Berlusconi dai giudici. Enrico Letta fa spallucce, così non cade il governo e l’Unione Europea è contenta. Grillo canta le rauche nenie estive. Il sole tenterà di ridurre la popolazione italiana. I ricchi evadono le tasse. La classe media arranca. La classe operaia è stata decimata.

I giovani preparano la valigia di cartone. Gli studenti stanno affrontando l’esame di maturità. I vecchi chiedono di morire al più presto ma i parenti fanno gli scongiuri: altrimenti chi li mantiene? Il Nord ricuce le ferite. Il Centro rantola. Il Sud reclama il miracolo della resurrezione. I tedeschi stanno per perdere un’altra guerra. Obama vuol ridurre le armi nucleari, Putin non gli presta fede. Italia-Giappone 4-3: tutto ok.

Aiuto, Beppino Grillo vuol scappare con la palla

I penta stellati dovrebbero fare un referendum web per nominare il nuovo segretario: Beppe Grillo chi lo ha eletto? Nessuno. Eppure come lui solo Hitler, Mussolini e Stalin. Sembra davvero che il Movimento sia cosa sua e ha atteggiamenti da padrone del pallone: non mi passate sempre la palla quando c’è da fare gol? Allora io decido chi gioca e chi no, altrimenti tutti a casa e palleggio da solo. Secondo me, altri “cittadini” tenteranno di strappare il filo che li lega ai burattinai per tornare a essere liberi, liberi come il web. La libertà non è né Beppe Grillo né Casaleggio. Scommetto che nel giro di qualche mese il gruppo parlamentare M5S sarà quasi dimezzato. W Garibaldi, W le Adele Gambaro.

Gabbiani a Tiscali, ho scoperto di non essere il solo a temere gli stronzi aerei

18 giugno 2013

Ero sicuro di essere l’unico ad aver paura della cacca dei gabbiani che volano sopra il portone d’ingresso dell’azienda in cui lavoro. Invece, oggi, mi sono accorto che tutti procedono naso all’insù per evitare con svelti dribbling la verticale dell’ano dell’uccello. Una constatazione che mi ha rasserenato: finora avevo pensato che l’ultra decennale tentativo di evitare lo “stronzo” volante fosse una mia “esclusiva”. Cari amici, che dire? Fa davvero piacere percepire di non essere il solo a temere gli odiati stronzetti volanti.

Beppe Grillo è non più un comico e presto sarà un beccamorto

17 giugno 2013

“Adele Gambaro sarà giudicata dalla Rete”, ha detto il grilli ano Vittorio Crimi. Buffo, davvero buffo: la prossima volta i processi civili e penali in Italia li faremo fare al web. Crimi assomiglia sempre più a Ponzio Pilato. Sto dalla parte della senatrice: mi ricorda il replicante del film Blade Runner, anche se lei è solo una burattina che vorrebbe recidere lo spago che la collega al burattinaio Grillo. Che a sua volta non conta nulla: lui è il burattino del burattinaio principe Casaleggio: il guru, che più guru non si può.

La stazione, via Sardegna e l’assalto dei ricordi (belli)

17 giugno 2013

Sono arrivato in redazione con tre ore d’anticipo: non avevo letto bene il calendario. Così ho allascato per approdare a Cagliari, per concedermi un po’ di shopping, un capuccino e una fetta di torta Sacher (Paolo! E la dieta?). Quando sono tornato al giornale, mi sono detto: caro mio, te ne sei accorto? Hai fatto un viaggio fra alcuni ricordi. In effetti, dopo aver parcheggiato nel porto, mi sono incamminato verso la stazione dei treni: ho attraversato piazza Matteotti mentre le piante chiacchieravano con la brezza del mare, seguendo le tracce di quando tornavo dal Liceo scientifico Michelangelo per salire sulla littorina che mi avrebbe riportato a Villasor, a casa.

La stazione l’ho trovata fredda e tetra come quarant’anni fa (nel 1973 ho preso la maturità), per questo ho fatto dietro front, verso il più fresco portico di via Roma: lì ho sorbito il cappuccino e gustato la torta di cui in incipit. Oltre ciò, dopo aver acquistato una camicia, mi sono inoltrato in via Sardegna, per visitare il bel banco di frutta e verdura gestito da Paolo e Gianni, i fratelli di Efisio Podda, un mio ex compagno di liceo (ora lavora in Australia). Dopo le cordiali strette di mano, qualche sorriso non di maniera e due battute, li ho lasciati ai clienti determinato a raggiungere il Poetto. In spiaggia, però, non ci sono mai arrivato perché ho deviato per la spiaggiola di Calamosca. Una volta giunto al mare, ho volto lo sguardo verso il portone della caserma in cui ho fatto la visita di leva (abile arruolato) e lo scoglio (ma non sono riuscito a individuarlo) da cui ero “salpato” per l’attraversata a nuoto dell’insenatura sino a Capo Sant’Elia.

Con me volle tentare la sorte il mio amico, ex compagno di scuola e coetaneo, Mariano Pisano da Villasor. A metà tragitto, gli vennero i crampi e dovetti trascinarlo a riva (lo mollai lì e continuai la mia nuotata). Sempre sulla scia dei ricordi, ho visitato lo stabulario (ora in disuso) che era appartenuto al padre della prima ragazzina, originaria di Mogoro, Sabina B., di cui mi sono innamorato; lei allora frequentava la quinta elementare, io la seconda media. Era, sia chiaro, un amore fatto di sguardi a distanza e di rossori improvvisi: davvero, non riuscivo capire che cosa mi stesse succedendo. Ci siamo rivisti tanti tanti anni dopo adulti e vaccinati in uno stand della Fiera di Cagliari, ognuno con le sue esperienze, ma tutte e due con il medesimo “bel ricordo” di quel tempo.

Mi sono rammentato anche di quando, sempre a Calamosca, qualche birbante scassinò la serratura della 126 Fiat di mia moglie (allora eravamo fidanzati) per rubarmi l’autoradio e un paio di blue jeans appena acquistati. Infine, mi sono venite in mente le sfide di corsa con Josè Montisci da Mogoro: partivamo da via generale Cagna, lui, insolente com’era, voleva sempre arrivare primo, così si metteva alla guida dell’andatura, ma all’ultima salita scattavo e lo lasciavo dietro. Ah ah ah! apriti cielo, secondo lui io imbrogliavo. Ancora oggi non capisco cosa volesse dire: tra l’altro, correvo con un paio di anfibi da combattimento mentre lui arrancava con un paio di scarpe da cross.

Un giorno gli dissi che non lo staccavo più di tanto per rispetto. Lui reagì in malo modo chiedendomi di fargli vedere di cosa ero capace. Il giorno successivo indossai le scarpette da calciatore, più leggere degli anfibi, e scattammo: arrivai a Calamosca dieci minuti prima di lui (arbitro Virgilio Atzori), da quel giorno José non volle più trotterellare con me. Peccato, perché a farmi compagnia, venne Franco Manca, il barista di via Garavetti, uno che mi “pestava” e mi sfotteva mica poco.

L’Unione Sarda sembra migliorato, i giornalisti Muroni li ha

16 giugno 2013

Mi sembra che l’Unione Sarda sia migliorato. Spero che il direttore, Anthony Muroni, prosegua nell’opera di rilancio. L’Unione ha giornalisti di grande qualità: il giornale può tornare a essere credibile. L’importante è che in politica si ritorni alla semplice cronaca: solo così il giornale dei sardi tornerà a essere un organo indipendente (se non altro, per quanto possibile).

Calcio, sesso e amori estivi, una vita con la testa tra le nuvole

14 giugno 2013

“Ho scritto t’amo sulla sabbia, ma il vento a poco a poco se l’è portato via con sé”. Ieri il mio cuore ha fatto un tuffo nel passato: ho visto alcune foto di quando giocavo portiere nel mitico “Il Zero” (con l’articolo “Il”, altrimenti che “Zero” sarebbe stato?). Avevo tanti capelli. E già questo è un bel ricordo. In quelle istantanee non avevo ancora compiuto diciannove anni e non ero innamorato: i miei ormoni e le mie passioni si scatenavano solo d’estete di fronte ai tramonti di fuoco della costa sud-occidentale della Sardegna. Solo allora avevo bisogno di coccole, baci, carezze. E anche quell’anno, l’amore si manifestò canaglia e imprevisto. Vi chiederete, che cosa c’entrano calcio e amore? C’entrano. Per esempio: qualche giorno dopo aver compito vent’anni decisi di trapestare e volare fra i pali della Freccia di Mogoro, la squadra del mio paese natale (abitavo a Villasor), perché mi ero invaghito prima di una ragazza di dieci anni più “anziana” di me poi di una brunetta più piccola di quattro. L’ultima storia durò cinque o sei anni poi pagai lo scotto per fatti che non voglio “sputtanare” e perché lei preferì ascoltare le malelingue (gente che ho scartato) anziché me. Si disse, addirittura, che lei mi piantò in asso nel bel mezzo di una vacanza, per fidanzarsi nello stesso camping con un altro (questa versione l’ho conosciuta un mese fa). Cazzate. Ne soffrii, ma quando alcuni “intermediari” vennero da me per dirmi che lei era disposta a “tornare” li mandai gentilmente a “cagher”. Ebbi altre fidanzate. Ma il calcio e l’amore s’incrociarono di nuovo quando mi accorsi di essere geloso di chi si avvicinava, anche senza ambizioni bellicose, a una biondina dai capelli ricci. Un giorno, un conoscente si avvicinò un po’ troppo a lei durante un’amichevole giocata, la Freccia Mogoro era lo sparring partner, con il Cagliari di Mario Tiddia (quella di Selvaggi, Virdis, Piras, Marchetti, Goletti, Casagrande). Ebbi un moto di stizza, così mi feci avanti prima che fosse troppo tardi. Quella studentessa che aveva alimentato vorticosamente le mie quote di testosterone è diventata mia moglie. Due anni dopo smisi di dare pugni e calci al pallone. Un portiere scarso in meno disse uno sciocco (comunque aveva ragione); non me la presi: stavo costruendo la mia vita, lui non c’è mai riuscito. “Regipettus e arrandas arrogus eus a fai, anta bolai is arrandas che lori postu a bentuai”, era il mitico canto del “Il Zero”. Che ricordi e che bagordi. E che estati.

Anthony Muroni è il nuovo direttore dell’Unione Sarda, spero che anche a lui non venga mal di schiena

11 giugno 2013

Il nuovo direttore dell’Unione Sarda è il sardo-australiano di Tresnuraghes (Or) Anthony Muroni. Per il bene del quotidiano, dei giornalisi e dei sardi, spero che anche a lui non venga un’artrosi da inchino al cospetto di Sergio Zuncheddu. Ho sempre letto il giornale cagliaritano, quando frequentavo le scuole medie inferiori “Pusceddu” di Villasor, (ero un allievo poco modello della professoressa Mossa, moglie del grande giornalista Mario Mossa Pirisino) i miei compagni di scuola mi soprannominarono Unione. Il giornale lo portava sino a casa il giornalaio “ciclista” Pili: aveva 10-12 figli, per mantenerli era costretto a pedalare sodo. Mio padre comprava anche il Corriere della Sera (sostituito con Repubblica) e i settimanali Epoca e Panorama (sostituito con l’Espresso), ma la mia lettura preferita era l’Unione Sarda. Mai mi venne la voglia di involgerci i pesci. Coraggio Muroni, il giornale smetterà di essere involucro se tornerà a essere un giornale imparziale e non il bollettino di alcuni imprenditori edili (o affini) e di alcune famiglie “abbienti” di Cagliari.

Stanotte ho sognato Beppe Grillo: incubi a go go

07 giugno 2013

Stanotte ho sognato Beppe Grillo. Stanotte ho sognato i parlamentari grillini: stanotte ho avuto gli incubi. Tant’è che mia moglie, brava donna, si è destata: “Stavi sognando?” mi ha chiesto con apprensione. “Sì! Stavo sognando Beppe Grillo, o un suo pupo, Capo del Governo”. Maria non ha capito che stavo vivendo un momento di panico, così si è voltata accusandomi, “fanatico”, ha sibilato. “Sei fazioso, intollerante, settario, partigiano, intransigente”, mi ha poi sgridato di primo mattino, mentre gustavo occhi all’insù il primo caffè della giornata che, per poco, non mi andava di traverso. Per lei, Grillo è un frutto della democrazia, per me invece è un frutto dell’oligarchia: un tumore maligno provocato dal “porcellum”. In Italia, Mussolini docet, quando le cose vanno male è colpa dei partiti, quando le cose vanno bene è merito del “Salvatore” di turno. Che Grillo sia solo un Comico lo stanno dimostrando le defezioni che ogni giorno si stanno registrando nel suo Cinque Stalle (per cinque correnti): gli italiani stanno ora aspettando un nuovo messia con fascia tricolore. Che sia Matteo Renzi? No, dai. Per favore.

Sul filo dei ricordi, ho incontrato Eraldo Mocci

06 giugno 2013

Ieri ho voluto incontrare Eraldo Mocci, quasi ottantasette anni, laurea in Giurisprudenza, perito agrario, era stato amico e collega di mio padre, quasi uno zio acquisito, un uomo che ha fatto della serietà una ragione di vita, ma anche una persona capace di battute repentine, inattese, divertenti. Ed è davvero bravo a raccontare aneddoti: mi affascina, soprattutto, quando parla di mio padre, Battista. Ha scritto un libro (Sul filo dei ricordi), una “sorta di diario”, mi ha spiegato, che non vedo l’ora di leggere, perché, parafrasando Kahlil Gibran, “il ricordo è un modo d’incontrarsi” ed io ambisco imbattermi, comunicare, con mio padre; nel libro ci sono alcuni brani che ne parlano, può essere l’occasione giusta. So, peraltro, che il volumetto racconta la vita di Eraldo, nondimeno, in siffatte reminiscenze, spero di incontrare gli ambienti, le ansie, le gioie di quella generazione, illudendomi così, di capire le passioni, le gioie, le tentazioni, le illusioni che guidarono la vita del mio genitore: per tentare di capirlo, per fare i conti con lui, per chiedergli di mamma e delle donne che ha amato prima di lei. Per raccontargli com’è ora la mia vita e quella della mia famiglia, per chiedergli scusa e per farmi chiedere scusa (non sempre aveva ragione). E per domandargli, chi fra Brì Brì, Whiskey e Lea, i suoi cani da caccia, era il migliore. Avrei anche un’altra curiosità, chi era più forte tra i pali di una porta di calcio, tziu Cicitu, lui, il sottoscritto, Luca o Michele? Sarebbe bello saperlo, anche se penso che lui direbbe tziu Cicitu per non deludere né figli né nipoti. Qualche volta riusciva ad essere prudente. Per quanto mi riguarda il più forte è Michele, mio figlio (ma io, Luca, non riesco a non essere di parte).

Grillo è suonato, per questo odia i “grandi giornalisti” (io non conto)

05 giugno 1013

Grillo se la sta prendendo con tutti i giornalisti italiani. C’è solo una soluzione perché la categoria non gli rompa più le palle: propongo di citarlo lo stretto necessario (del resto, basta sentirlo una volta per capire che ha ben poco da dire). Ecco alcuni passaggi del Comico durante lo spettacolo-comizio inscenato a Roma in Piazza Armerina … racconta l’inviato della Stampa: – “durante il comizio prende di punta un operatore: “Fuori! questa gente deve essere isolata” lo caccia e aizza la piazza contro di lui. “Datemi una mano, coprite la telecamera alzate la bandiera” e gli attivisti rispondono: “Fuori! Fuori!” … “Sono più spregevoli dei politici” … vanno a “cercare i dissidenti, cercano quelli che sono contro Grillo e montano questa pantomima. È inconcepibile questa informazione così…” – Però Grillo, te lo voglio dire (magari lo capisci anche tu): come cazzo fai a pretendere che si parli del tuo Movimento e delle sue “presunte” idee se i giornalisti li cacci dai tuoi show e i tuoi parlamentari, se rilasciano interviste, li pendi a calci nel sedere? Dicitencello vuje, Dicitencello vuje: che almeno abbiamo qualcosa da scrivere.

Ahi Grillo: hai salvato il Grande Seduttore di oche giulive

04 maggio 2013

Mentre venivo in redazione ho riflettuto su un articolo che Piero Ignazi ha redatto per l’Espresso: l’editorialista ha scritto, in estrema sintesi, che Bersani aveva ragione quando provava ad allearsi con il Movimento di Grillo e scartava l’idea di allearsi con il PDL. Ignazi, con un’argomentazione tutta pro Bersani, sostiene che l’accordo con il M5S sarebbe stato molto gradito alla maggioranza degli italiani ma non sarebbe piaciuto né all’Europa, né alle banche, né a Berlusconi. Se Grillo, fa osservare l’editorialista, avesse accettato le proposte dell’ex segretario del Pd, l’Italia avrebbe avuto un governo “rivoluzionario”: con un esecutivo PD+M5S, il Cavaliere sarebbe stato disarcionato per sempre. Invece, soprattutto se sarà approvata una riforma elettorale di stampo francese, potrebbe addirittura vincere nella corsa alla presidenza della Repubblica. Ahi Grillo: tra le mani ti è capitata la carta giusta per sbalzare di sella il Grande Seduttore di oche giulive e tu l’hai fatta fallire. Guarda che, comunque, puoi cambiare idea. Fallo per favore, altrimenti sarà Berlusconi for ever.

Tiscali venduta? Macchè (almeno per ora): le smentite

Cgil, l’Ugl, l’agenzia Agi e l’azienda hanno precisato che Tiscali non è stata venduta. Ecco il comunicato dell’organizzazione sindacale e le note dell’agenzia e del Dipartimento Risorse Umane:

Ciao a tutti,
di seguito la smentita alla notizia apparsa oggi su Sardegna Quotidiano in merito alla presunta vendita di Tiscali:

“Con riferimento a quanto pubblicato oggi su alcuni organi di stampa, in cui si afferma che Renato Soru avrebbe venduto Tiscali, si precisa che si tratta di una notizia priva di fondamento circolata a margine dell’assemblea del PD sardo di sabato 1 giugno, per altro prontamente smentita dallo stesso Renato Soru nella medesima sede.”

Saluti
Rsu Slc CGIL Tiscali
slctiscali.wordpress.com

La nota dell’Agi

Renato Soru non ha venduto Tiscali, la societa’ da lui fondata e di cui l’ex presidente della Regione Sardegna e consigliere regionale del Pd mantiene il controllo. Lo precisa il responsabile delle relazioni esterne di Tiscali, in riferimento a indiscrezioni emerse in occasione dell’assemblea regionale del Pd sabato scorso a Tramatza (Oristano) cui Soru ha partecipato. “E’ una notizia priva di fondamento”, si legge in una nota diffusa oggi, “circolata a margine dell’assemblea del Pd sardo, peraltro prontamente smentita dallo stesso Renato Soru nella medesima sede”.

La smentita dell’azienda

Care Colleghe e Colleghi,

al mero scopo di creare confusione, un quotidiano locale ha pubblicato una notizia di cui di seguito vi inoltriamo la smentita inviata questa mattina alla stampa.

“Con riferimento a quanto pubblicato oggi su alcuni organi di stampa, in cui si afferma che Renato Soru avrebbe venduto Tiscali, si precisa che si tratta di una notizia priva di fondamento circolata a margine dell’assemblea del PD sardo di sabato 1 giugno, per altro prontamente smentita dallo stesso Renato Soru nella medesima sede.”

I più cordiali saluti.

Dipartimento Risorse Umane

Il comunicato Ugl

G.li colleghe egregi colleghi,

non é nostra abitudine fare da sponda a provocazioni di alcun genere, anche per il fatto che ci sono questioni più importati da affrontare

Tuttavia oggi, a seguito di un editoriale mezzo stampa diffuso dall’azienda in merito alla più o meno paventata vendita di Tiscali, strappata a Renato Soru in un convegno ove si discuteva di politica e non di sindacato, é stata velatamente attribuita ai rappresentanti della scrivente organizzazione sindacale la diffusione di notizie che ha generato terrore nei lavoratori e il tutto mediante informazioni false e tendenziose.

Come sindacato a tutela “sindacale” dei lavoratori “e non politica” non siamo in grado di confermare e/o smentire un articolo di terze parti su dichiarazioni “personali”, pensiamo inoltre che tutti i lavoratori, ed i colleghi Tiscali in primis, abbiano la preparazione intellettuale e la capacità di valutare tutte le informazioni che dovessero venirgli sottoposte.

Ricordiamo, poi, al collega che riveste con responsabilità elettive la carica di RSU che tale incarico non é un gagliardetto che gli permette di diffamare impunemente chi si impegna ogni giorno per i lavoratori, lo invitiamo a moderare i toni e pensare unicamente alla tutela dei lavoratori.

La Segreteria Regionale UGL

Tiscali ceduta? Non abbiamo notizie ufficiali

3 giugno 2013

Sembra che la mia azienda, Tiscali Spa, sia stata venduta. Noi dipendenti non ne sappiamo nulla: ne hanno parlato alcuni quotidiani sardi e Rai 1, gli altri hanno “bucato” o non hanno voluto dare la notizia per motivi, forse, politici? In azienda se ne parla con molta preoccupazione, del resto è sempre così quando ci sono cambiamenti. Per quanto mi riguarda, attendo notizie senza alcuna ansia: sembra ci sia stato uno spacchettamento (Sky? Poste? Altri?). Certo ci vorrebbe un chiarimento da parte della proprietà (in genere in queste situazioni c’è!), spero che i sindacati si muovano e ci facciano sapere. Sia come sia, oggi devo fare due interviste per “la guerra per l’acqua”: continuo ad andare avanti come sempre. Quando avrò novità, vi informerò.

Non so se dire “No a Eleonora” o sì alla CACCA di VACCA

Arborea, l'idrovora di Sassu

31 maggio 2013

Non so se dire “No a progetto Eleonora” sia una cosa buona e giusta. Penso che la volontà popolare debba essere, ma solo in alcuni casi presa in considerazione (la volontà popolare aveva “eletto” anche Mussolini) . Però mi chiedo: dov’erano gli abitanti dell’antica Mussolinia di Sardegna quando imprese sarde hanno sventrato, più di trenta anni fa, le meravigliose dune di Sassu per ricavarne la sabbia con cui costruire il porto di Oristano? Invito ad andarci: prendete la strada che da Arborea porta a Santa Giusta, a metà strada troverete un’idrovora, lì di fronte c’è una strada bianca, imboccatela, dopo qualche chilometro arriverete sulla battima: l’arenile non c’è quasi più, le dune scomparse per sempre (altro che lo scempio del Poetto). Infine, gli abitanti di Arborea (lì ho molti parenti e tantissimi amici) mi dovrebbero spiegare, dove va a finire la cacca di vacca e perché nella 18 non si può più fare il bagno? E che cosa determina l’anomala produzione di alghe e quel viscidume che mi fa schifo quando immergo i piedi nell’acqua? La domanda è retorica:  lo sanno anche le vacche che è lo sconquasso è causato dall’azoto prodotto dal letame. “No al Progetto Eleonora”? Va bene. Però ora dite stop anche alla cacca e chiedete a gran voce i depuratori. Infine, mi piacerebbe sapere dove sono state interrate le vacche morte per cause “naturali”. Non lo so davvero, ma me lo chiedo ugualmente: è più nocivo lo sterco di vacca o il gas? Scegliete.

Aspettando Godot ho perso i capelli

 

31  maggio 2013

Oggi avrei voglia di dire qualche cosa d’intelligente, ma non ci riesco: del resto non è da me.  Poi stamattina va anche peggio: quando mi sono rizzato dal letto, mi sono accorto di non avere la mia bella zazzera giovanile. Quando è successo? Quando la mia pelata ha avuto il sopravvento sui miei riccioli castani? Deve essere successo ieri notte. Così ho chiesto ai miei figli: “Ne sapete qualcosa?”, la risposta è stata devastante: “Quando mai hai avuto cappelli?” hanno detto sorpresi. “Al massimo ti abbiamo visto, d’inverno, con una cuffietta” hanno concluso. Incredibile, non hanno nemmeno pensato lontanamente ai capelli. Ma quanto ho dormito? Mia moglie mi guarda stranita, ma non dice nulla. Voi cosa ne pensate? Secondo me, è stata lei a far sparire cappelli e capelli. I miei figli mi hanno regalato una sciarpa: “Copriti”, ha detto Giulia; Michele vuole comprami le babbucce. Sono indeciso: resto sotto lo stesso tetto con questi sadici o mi ritiro a vita privatissima sotto un  ponte? Scelte difficili, lì si muore male:  mmmhh resto con loro.

Nella foto il mio cranio (non è un ginocchio)

Non ve frega nulla ma lo dico ugualmente: ho compiuto 59 anni

28 maggio 2013

Oggi ho compiuto cinquantanove anni. Un grazie a mia madre: la ricordo spensierata e allegra mentre carezza un mazzo di rose rosse (Rose …rose …ma le più belle le hai mandate tu. Son rose rosse e parlano d’amor …, cantava ): le coltivò nel giardino di Sa Zeppara (Vs) mio padre, antico agrimensore, per lei. Penso a mio padre, socialista, cacciatore di pernici e di poesie (sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude …, recitava) mentre mi accarezza il capo. Esorto miei figli (voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti … Gibran): la vita è una guerra che oggi, per fortuna, si combatte con i libri. Ringrazio mia moglie: mi ha sopportato (Ecco un altro giorno come ieri, aspettare il mattino per ricominciare …). Un abbraccio anche a fratelli e sorelle: ad Alberto in particolare, da sempre alla ricerca di Samarcanda (Corri cavallo, corri ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò, non ti fermare, vola ti prego …) e di un lavoro stabile. Voglio rammentare anche i miei nipoti: mi piace vederli crescere con tante idee e tanta voglia di realizzarle. Un saluto anche ai miei avi (essi spargono polvere di stelle sulla vita dei più piccoli … Alex Haley), se sto vivendo lo devo anche a loro. E gli amici? Ci sono anche loro: basta non tradirli, così si ricorderanno di te e ci saranno quando avrai bisogno di un abbraccio. Un fraterno saluto anche a chi ha il coraggio e la perseveranza di essere socialista (Dai campi al mare, alla miniera, all’ officina, chi soffre e spera, sia pronto, è l’ora della riscossa … ). Medito sulla mia scapigliata gioventù e a quel grido, Folgore, che mi accompagna ogni qual volta le sfide si fanno forti. Il prossimo anno, al destino piacendo, compirò sessanta anni: forza Paolo, Folgore (Come un angelo dall’ali spezzate, sei caduto sul campo di guerra col tuo sangue bagnasti la terra e all’Italia donasti il tuo cuor …).

… Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi pongo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’ dolce in questo mare (Giacomo Leopardi, ovviamente).

(In testa alla pagina il sottoscritto in gioventù (che si fugge tuttavia)

Cavallini della Giara, solo i turisti possono salvarli

26 maggio 2013

Quando vado a volare a Tuili (Sardegna) osservo l’incantevole incedere dei cavallini della Giara. Credo che il modo migliore per tutelarli sia una maggiore presenza di turisti nell’altopiano: solo così i piccoli equini tornerebbero a essere utili all’economia locale (come al tempo delle aie), quindi protetti  … ecco l’incipit di un mio pezzo denuncia.

Qualche volta sono diventati pietanza, altre volte gli ha uccisi la fame, spesso i contadini, per migliorarne le prestazioni lavorative, hanno tentato di inquinare la specie incrociandoli con altre razze. Nonostante tutto, i cavallini dell’altipiano della Giara (Sardegna) hanno saputo attraversare al galoppo i millenni. La loro odissea, però, potrebbe concludersi in modo drammatico: uccisi dalla mancanza di foraggio in autunno e in inverno, dalla negligenza di chi non sa o non vuole tutelarli. Ora sono rimasti in pochi, circa seicento: vivono a 550 metri sopra il livello del mare, in un’area angusta (4.300 ettari circa), ricca di pascoli e di sugherete, risorse che fanno gola a pastori, caprai, vaccari e mercanti di sughero (considerato dai produttori di Champagne il migliore in Europa): sono loro i veri nemici, insieme alle annate siccitose, del cavallino della Giara …

Ecco alcune foto: clicca

Ma quando si potrà tornare a fare un po’ di sano sesso? Boh

23 maggio 2013

Niente di che, ma ci sono giorni no. E questo è un giorno no: non funziona il sistema editoriale (e quindi potrei dovermi trattenere in redazione), domani è prevista una giornata ventosa e forse non potrò volare, mio figlio si è preso un calcio nella schiena mentre giocava a pallone e ora sta male, la mia collega è imbronciata (ma io non c’entro), Enrico Letta parla ma non agisce, Ruby dice di non aver fatto sesso con Berlusconi (ma chi se ne frega), Grillo secondo un sondaggio Swg ha raggiunto il Partito Democratico (italiani che state facendo?), a Kabul è stata ferita una funzionaria dello Stato, il killer anglo-nigeriano fa parlare di sé, Stramaccioni è stato licenziato via sms, il ciclista De Luca si dopava. In Italia (ma queste cose capitano anche da altre parti) le cose vanno così. Basta. Ma quando si potrà tornare a fare un po’ di sano sesso? Boh.

Don Gallo, lo intervistai quando Lucio Magri decise di cessare di vivere

22 maggio 2013

Ho saputo della morte di Don Gallo dalla radio mentre tornavo a casa dopo una giornata di lavoro. Non sono un cattolico praticante (nemmeno un pochino), ma se quell’UOMO avesse deciso di celebrare una messa in una qualunque parte della Sardegna ci sarei andato, così come ho fatto quando Don Ciotti venne a Mògoro, il mio paese natale: sono persone che hanno sempre detto e fatto cose che vanno oltre. Ho intervistato don Gallo quando un grande intellettuale della sinistra Italiana, Lucio Magri, decise di porre fine alla sua esistenza in una clinica Svizzera con una iniezione letale, mi colpì l’atteggiamento di quel sacerdote: non condivise la scelta del suo amico, ma non volle dare un giudizio morale. Don Gallo non era solo un sacerdote, era, come ho già detto, un uomo. Quanti, dopo la rinuncia di papà Ratzinger al soglio pontificio, hanno sperate che i cardinali eleggessero lui? Tanti, ne sono certo. Qualcuno glielo chiese esplicitamente, lui rispose: “Ma dai, ma ve lo immaginate un Papa Gallo?”. Sapeva ridere di se’ dunque sapeva vivere. Grazie.

Leggi qui la mia intervista a don Gallo